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              Come e perché si scelse la forma di finanziamento dell’indebitamento rispetto
              ad altre possibili quale ad esempio una forte tassazione? Il 3 agosto 1914 l’Italia
              dichiarò ufficialmente la propria neutralità, ma lo stesso giorno le notizie del mol-
              tiplicarsi delle mobilitazioni generali e delle dichiarazioni di guerra tra le potenze
              europee fecero esplodere il panico, generando una corsa agli sportelli bancari di
              dimensioni così preoccupanti da obbligare il Governo a emanare, il giorno se-
              guente, una moratoria che vietava alle banche di credito (fatta eccezione per quelle
              di emissione: Banca d’Italia, Banco di Napoli e Banco di Sicilia) di pagare più del
              5% dell’importo dei depositi e 50 lire per i depositi inferiori a 1000 lire. Il decreto,
              anche se criticato come un ostacolo al libero mercato, rimase in vigore fino al 31
              marzo 1915, perché si riteneva probabile una futura entrata in guerra del Paese.
                 I partiti politici, la stampa e l’opinione pubblica si divisero tra sostenitori del
              neutralismo e fautori dell’interventismo. I primi annoveravano tra le loro fila cat-
              tolici, socialisti e liberali, e il massimo rappresentante era l’ex presidente del Con-
              siglio Giovanni Giolitti, il quale era perfettamente al corrente dell’impreparazione
              delle nostre Forze Armate (avevamo da poco, con grande fatica, vinto la guerra
              di Libia): egli ammoniva che i conti dello Stato sarebbero saltati nel tentativo di
              adeguare e sostenere il nostro esercito in una guerra di tipo moderno; capiva inol-
              tre che il nostro modesto apparato industriale e la penuria di materie prime ci
              avrebbero fatto dipendere dall’estero, generando un grande debito pubblico, cosa
              che poi di fatto avvenne.
                 Tra gli interventisti vi erano invece soprattutto i dirigenti di alcuni comparti
              dell’industria pesante (Ansaldo di Genova in testa), che ritenevano che profitti
              concreti sarebbero arrivati solo con l’entrata in guerra e per questo appoggiavano
              l’eterogeneo insieme di forze, fra loro anche ostili, che erano a favore dell’inter-
              vento: nazionalisti, liberali di destra anti-Giolittiani, irredentisti, interventisti de-
              mocratici e sindacalisti rivoluzionari. A sostenere le motivazioni dei dirigenti
              dell’industria pesante vi erano sicuramente le considerazioni che una scossa al-
              l’industria nazionale avrebbe generato un forte potenziamento della stessa, met-
              tendola in condizione di competere con le industrie pesanti degli altri Paesi
              sviluppati, e nell’illusione che la guerra sarebbe stata di molto breve durata, cosa
              che si rivelò fallace.
                 La logica interventista prevalse e il 24 maggio del 1915 l’Italia entrò in guerra
              a fianco delle potenze dell’Intesa.
                 La forma di finanziamento scelta per tale operazione fu, come abbiamo detto,
              l’indebitamento pubblico, scelto per non comprimere lo sviluppo industriale evi-
              tando eventuali necessari inasprimenti fiscali. Si ricorse quindi a forme di indebi-
              tamento interno ed estero. Vennero emessi – durante il periodo bellico – cinque
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