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416 Il 1919. Un’Italia vittoriosa e provata in un’Europa in trasformazione
avanzate, dalle ritirate, da quanto procurato da truppe in movimento, amiche o
nemiche, non solo sulla produzione agricola ma anche sul tessuto sociale delle
popolazioni, quando queste sono costrette a lasciare le loro abitazioni, spesso
senza un tetto dove andare: anziani, vedove, bambini, senza soldi e appoggi di
alcun genere, finanziari e logistici. È sempre la popolazione che patisce molto in
un conflitto che per la prima volta entra pesantemente nel mondo civile; le donne
hanno sostituito gli uomini nelle fabbriche, alla guida dei tram e degli autobus,
hanno praticamente costituito la spina dorsale del Paese mentre questo combat-
teva in trincea contro l’invasore e tornare al vecchio focolare è difficile per molte.
Ci penserà il fascismo a rimetterle “in riga”: focolare, cucina e figli per la patria.
Solo dopo molto tempo, con la legge sulla famiglia del 1975, inizieranno i veri
cambiamenti sullo stato delle donne nella comunità sociale italiana.
Dunque si torna a casa ma non si torna alla vita di un tempo: tutto è cambiato.
Non solo il modo di vestirsi: le gonne delle signore si sono accorciate; i loro ca-
pelli iniziano a essere tagliati corti, una nuova, da alcuni molto contestata, moda;
gli uomini si rendono conto che certe abitudini di un tempo sono finite anche
nella upper class.
Sono cambiati soprattutto i pensieri di coloro che sono rientrati da esperienze
terribili. All’epoca ancora non si studiava in modo approfondito lo stress e gli ef-
fetti postraumatici di un conflitto guerreggiato prevalentemente in trincea: non
erano note e comunque non erano state approfondite le origini di quel male
oscuro, molto più di una semplice depressione, che impediva spesso a chi era
stato in guerra di operare ancora una volta, con lucidità, nella vita civile. Gli uo-
mini che tornavano a casa non erano sempre validi, indipendentemente da pos-
sibili menomazioni fisiche; erano profonde le ferite psicologiche. Inoltre si stava
diffondendo anche in Italia la terribile epidemia di influenza spagnola che colpì
soprattutto le classi di età tra i 20 e i 40 anni, indebolendo ulteriormente una ri-
costruzione della rete sociale estremamente importante per risollevare il Paese,
anche dal punto di vista psicologico.
Tornavano a casa anche i prigionieri di guerra e non tutti erano stati trattati
come avrebbe voluto la convenzione di Ginevra per la loro condizione e quindi
molto spesso, accanto all’invalidità fisica e psichica, vi era una grande rabbia verso
il proprio Governo, in genere, e verso i governi tutti che avevano permesso una
simile distruzione.
Indubbiamente, dopo una prima euforia per la cessazione dell’uso delle armi,
sarebbe dovuta subentrare la speranza. Alcuni riuscirono a guardare avanti e a
sperare in un futuro migliore ma altri non seppero subito riabituarsi alla vita civile,

