Page 304 - L'Italia in guerra. Il terzo anno 1942 - Cinquant'anni dopo l'entrata dell'Italia nella 2ª Guerra Mondiale: aspetti e problemi
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Nel ricordare con venerazione il sacrificio totale della Ravenna,  della
               Torino,  della  Cosseria,  le  odissee della  Pasubio,  Sforzesca  e  Celere  e poi delle
               tre  divisioni  alpine  e  della  Vicenza  e  dei  supporti  sorge la  domanda  se,
               oltre questi uomini, tutti siano stati alla loro altezza: in particolare gli uo-
               mini  delle  retrovie  ed i  Comandi  superiori  alla  Divisione.
                    Le retrovie avevano una tale profondità ed estensione da renderle non
               collegabili in sistema. A ciò si aggiungeva la crisi dei trasporti che le inde-
               boliva e l'erronea sensazione di essere "lontani dal fronte".  Non vi erano
               reparti a loro difesa (la Divisione Vicenza,  che era stata inviata a tale sco-
               po, aveva dovuto essere schierata in luogo delle Divisioni tedesche venute
               a mancare). Ciò spiega episodi di prematuro abbandono di scorte e dota-
               zioni, di sbandamento e di panico. Sono peraltro bilanciati da altri fulgidi
               episodi.
                    Circa il comportamento e l'azione di comando dell'Armata e dei Corpi
               d'Armata è certo  che,  iniziata l'offensiva  russa,  essi  non avevano  più in
               mano le classiche redini di comando in una azione difensiva: il fuoco ma-
               novrato (perché ogni manovra dei mezzi di fuoco era paralizzata dal gelo)
               e l'impiego delle riserve (inesistenti). In verità a livello di Corpo d'Armata
               furono creati, ed impiegati contro il parere tedesco, dei  "gruppi di inter-
               vento". Questi erano costituiti con reparti pluriarma tratti da settori me-
               no impegnati e che si riunivano per azioni di contrattacco in concomitanza
               con  i  secondi  scaglioni.
                    La loro azione, dove la viabilità invernale lo consentì, permise di ral-
               lentare l'impeto  dell'avversario  e  ritardarne  la  penetrazione.
                    Ma per il  resto l'attività degli Alti  Comandi fu  volta essenzialmente
               a convincere i Comandi Superiori tedeschi della minaccia incombente, del-
               l'urgenza  di  provvedere altre forze  e  di  sganciarsi  in tempo  utile.

                    Gli analoghi Comandi laterali (romeni,  ungheresi,  tedeschi)  ebbero
               una situazione simile a quella dell' ARMIR: simili furono le loro difficoltà,
               gli  appelli,  i  problemi  di  condotta,  i  risultati  e  le  perdite.
                    I Comandi Superiori tedeschi erano a loro volta vincolati dagli ordi-
               ni  perentori  di  Hitler  e  comunque erano volti  essenzialmente  a  cercare
               di  salvare l'Armata  di  Stalingrado.
                    Si è anche posta la domanda se  non fosse  necessario,  in certe circo-
               stanze ed a  certi livelli,  disobbedire.  È un problema non di coraggio ma
               piuttosto di  etica militare e non può che avere risposta negativa, pena il
               caos:  anche Manstein e von Paulus ebbero a che fare  con questi terribili
               interrogativi e però nessuno dei due si sentì di ignorare gli ordini ricevuti.


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