Page 239 - Dalla Battaglia d'arresto alla Vittoria - La storia e le emozioni attraverso le testimonianze dei protagonisti
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di volta in volta più fioche. Un altro Italiano, ferito recente e colpito da non so
quale malattia infettiva, si lamentava al di là della mia parete. Si chiamava De
Martino ed era decorato di medaglia d’argento; sopportava lo spasimo delle
ferite, credo gravi, alle due gambe, con forza d’animo non comune. Come
nell’ospedale non c’era nessun chirurgo, bisognava aspettare quello di un al-
tro ospedale; il malato restava così senza medicazioni anche per 6 giorni e un
odore insopportabile si spargeva quando lo sfasciavano. Le bende dovevano
essere allora tanto piene di pus, che gli Austriaci, non sapendo escogitar di
meglio, lo immergevano addirittura in una vasca da bagno per alcuni minuti.
Quando ripresi servizio (6 agosto), trovai che l’ospedale era pieno zeppo,
come non l’avevo mai visto. Le conseguenze della terribile offensiva ben si
facevano sentire. A causa dell’alimentazione, più che insufficiente ormai e
malsana, e delle cattive condizioni di resistenza fisica dei soldati, le malat-
tie infettive, e la dissenteria specialmente, infierivano: in forme cosi maligne
spesso che a poco o a nulla giovavano le cure. La mortalità fu da allora, e fino
alla fine di quel disgraziato periodo, altissima.
Gli Austriaci mancavano di tutto. Il pane era pessimo; il rancio dei soldati
si riduceva a polenta e a verdura e anche questi due alimenti diventavano ogni
giorno più liquidi. Certi medicinali necessari già da tempo non si potevano più
trovare nell’ospedale.
Anche il mio riparto, ove da poco la contumacia era stata tolta, si ripopo-
lava di malati nuovi, ma in breve la stanchezza vinse noi pure. Ci risentivamo
probabilmente, come tutti gli altri, delle condizioni sanitarie e del cattivo vitto
e un senso di affievolimento e di “miseria „ fisica, mai prima provati, ci op-
primevano. Per tutto quel mese di agosto il lavoro fu davvero una pena. Gli
Austriaci avevano popolati i corridoi, solitamente vuoti, paralleli alle nostre
corsie, di soldati ammalati di dissenteria, ed avvenne così che i nostri convale-
scenti di tifo spesso cadevano colpiti da questo male (due morirono) e neppur
noi ne andammo immuni. Resistemmo, però, anche davanti all’aumentato la-
voro. Per circa un mese e mezzo al mio riparto si aggiunsero due sale di tifosi
austriaci ben gravi e, sempre in quel frattempo, sostituii per 15 giorni una in-
fermiera austriaca malata, estendendo il mio servizio alle sue sei sale (circa 85
malati) di soldati e ufficiali austriaci. Ma eravamo stanchi. Faceva caldo. Da
circa un mese il cannone taceva. Noi che, in fondo, non avevamo potuto bene
comprendere come mai i nostri, respinta l’offensiva, non avessero potuto fare,
poco dopo, un balzo in avanti, ora cominciavamo a dubitar fortemente della
possibilità di una soluzione abbastanza prossima e sentivamo, a volte, anche
la nostra resistenza morale venir meno subitamente, come la corda di un arco
troppo tesa, e lo sconforto farsi strada dentro di noi.
C’erano in quel tempo, fra il personale austriaco dell’ospedale, due o tre

