Page 238 - Dalla Battaglia d'arresto alla Vittoria - La storia e le emozioni attraverso le testimonianze dei protagonisti
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                  al presidente degli Stati Uniti Wilson; si diffuse così la voce che fossero pros-
                  sime la pace e la fine delle ostilità. Per la coraggiosa infermiera significava il
                  crollo delle speranze e delle motivazioni ideali della guerra: allora veramente
                  sentimmo che qualcosa di inaudito si abbatteva su di noi e conoscemmo cosa
                  fosse la disperazione. Poi Vittorio Veneto e la liberazione della città; quan-
                  do vide un gruppo di nemici che resistevano facendo fuoco nelle vicinanze
                  dell’ospedale allora vi partecipammo, due soldati dell’ospedale ed io, da un
                  abbaino stesso del “Dante”. Per il suo comportamento ebbe la medaglia d’ar-
                  gento al valor militare.

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                     Il lavoro intenso cominciava appena ad aver tregua, quando ci fu l’offen-
                  siva di giugno. Assistemmo con ansia indicibile al primo breve scoppio di
                  gioia sfrenata dei nemici, finché il loro mutato contegno, meglio di qualunque
                  notizia diretta, ci informò delle ulteriori vicende.
                     Subito dopo, per un caso di vaiolo nero scoppiato fra i miei malati italiani,
                  tutto il mio riparto (e in più due sale di Austriaci che per esigenze topografiche
                  dovettero necessariamente essere incluse) fu chiuso, dichiarato in contumacia
                  e isolato per un periodo di 40 giorni. Nessun malato poté più essere dimesso
                  durante quel tempo e nessun nuovo esservi accolto.
                     L’impossibilità di uscire in cortile a respirare una boccata d’aria, il dover
                  dormire fra i malati, era penoso, data la stagione. caldissima; ma io pure, una
                  decina di giorni dopo, mi ammalai di vaiolo e dovetti lasciar la corsia per la
                  baracca di isolamento ove rimasi cinque settimane, dal 1° luglio al 5 d’agosto.
                  Dopo alcuni giorni, la malattia prese una piega favorevole ed io rimasi ad
                  attendere pazientemente la fine di quella segregazione cellulare. Avevo due
                  piantoni, uno ungherese e l’altro boemo, dai quali era presso che impossibile
                  farsi intendere: essi giocavano gran parte del giorno e alleggerivano, come poi
                  m’accorsi, le porzioni del mio cibo. Mi curò lo stesso maggiore Busson con
                  molta premura. Egli mi offri, anche, appena ebbi a star meglio, di farmi man-
                  dare il rancio dalla cucina degli ufficiali invece che da quella dei malati, ma
                  non volli accettare. Infermiere non ve n’erano; tale servizio nelle baracche le
                  avrebbe private della libertà di uscire a loro piacimento, e per questa ragione
                  era abolito. Avevo, poco lontano, un compagno di sventura che non vidi mai,
                  il quale, ogni sera, sur un cattivo violino, suonava dei motivi malinconici di
                  canzoni d’altri paesi, a me sconosciute. In un’altra baracca, un Italiano, malato
                  di scarlattina, ferito e pieno di piaghe, moriva. Doveva essere solo tutto il gior-
                  no. Ogni tanto, un piantone austriaco lo medicava e sentivo allora le sue grida,
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