Page 241 - Dalla Battaglia d'arresto alla Vittoria - La storia e le emozioni attraverso le testimonianze dei protagonisti
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La vittoria 239
Nuovi indizi o notizie, infatti, ogni giorno ce lo confermarono.
Gli Austriaci, intanto, indotti a paventare prossimo un mutamento, fin dal
12 ottobre cominciarono a portare in salvo casse di coperte, di lenzuola, di
terraglie, di strumenti e d’ogni altra cosa, frusta magari, che si potesse tra-
sportare. Tutti compresi nella fervida vita di quei giorni di attesa, nei quali
l’approssimarsi della libertà tanto a lungo sognata ci faceva pieno il cuore di
una così alta e quasi troppo intensa dolcezza, noi guardavamo con disprezzo
a quelle loro ultime cure piccine e volgari. I nostri giorni si appressavano e
sentivamo che viverli era così grande ventura, e piccolo male l’aver sofferto
per giungervi.
Il 26 ottobre, cominciata da due giorni l’offensiva, i giornali erano pieni
di notizie illustranti il successo del nemico; il 29, un comunicato ufficiale an-
nunciava il fallimento definitivo dell’offensiva stessa. Ma, strano, i preparativi
di fuga continuavano veloci e il 30 la Gazzetta del Veneto, lanciate le ultime
menzogne, improvvisamente cessava le pubblicazioni.
Il 30 al mattino i medici fecero la visita in ritardo, dopo lunghe confa-
bulazioni. Nelle mie due sale di Austriaci (allora convalescenti), che, come
dissi, erano state aggiunte da ultimo al mio reparto, il medico dottor Nagele
annunciò che «era necessario partire e che forse gran tratto di strada si sarebbe
dovuto fare a piedi. Libero era, chi voleva, di rimanere». I Boemi e i Polacchi
sceglievano per lo più di rimanere. Il 31 partirono ancora molti ammalati e le
infermiere; venne da un altro ospedale della città il medico prigioniero dottor
Janigro e ci fu fatta consegna degli Austriaci rimasti, una quarantina circa.
Dei miei malati italiani, me ne rimanevano solo quattro. Gli Austriaci rimasti
volontariamente passarono al servizio delle sale insieme con altri otto o dieci
Italiani che s’erano andati raccogliendo nell’ospedale durante l’estate ed era-
no stati trattenuti quali muratori, o come aiuti in certi riparti di malati nemici.
Il 1° novembre il dottor Busson mi chiamò, volle farmi un attestato di ser-
vizio e mi raccomandò i suoi malati. A mezzogiorno partirono incolonnati gli
ultimi convalescenti rimasti, tutto il personale ed i medici.
Il 2 novembre la città appariva come aspettante in un silenzio foriero di
eventi. Il bombardamento intenso e continuo dei giorni precedenti era cessato,
ma nella notte dei colpi fortissimi e vicini ci avevano destati di soprassalto a
più riprese. Anche la processione dei fuggiaschi carichi d’ogni ben di Dio era
terminata, nelle strade. Le case apparivano vuote e soldati sgusciavano dap-
pertutto come cercando nascondiglio. Nel pomeriggio mi portarono dei malati
da un altro ospedale in partenza. Questi, e cosi gran parte dei miei, erano in
condizioni di gravità estrema e molti ne morirono in quei giorni. Il servizio
procedeva con difficoltà. Gli Austriaci ci avevano lasciato un ospedale spoglio
di tutto e in perfetto disordine. Oltre a ciò, quasi tutti i miei piantoni erano in

