Page 240 - Dalla Battaglia d'arresto alla Vittoria - La storia e le emozioni attraverso le testimonianze dei protagonisti
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                  irredenti i quali erano diventati fidi amici nostri. Essi avevano proibizione as-
                  soluta di trattenersi a parlare con noi Italiani ed erano, per questo, spesso e se-
                  veramente puniti. Tali castighi, è superfluo dirlo, non avevano altro effetto che
                  quello di farli tornare, usciti appena di prigione, ai piccoli conciliaboli con noi.
                     Settembre ci portò un po’ di fresco e un po’ di sosta nel lavoro. Io mi sentii
                  meglio. Dei miei malati di mesi addietro molti venivano a trovarmi portando
                  bei mazzi di fiori e qualche grappolo d’uva; doni questi che accettavo di gran
                  cuore. Faceva un tempo magnifico, ma il bel sole dorato autunnale ci dava una
                  gran mestizia, perché, come dissi, non s’udiva più nulla da gran tempo dal
                  fronte e ci pareva che i fratelli ci avessero abbandonati. Spesso, allora, acca-
                  deva che quel dolore, il quale mai aveva trovato libero sfogo, ci facesse nodo
                  alla gola e ci stendesse un velo dinanzi agli occhi.
                     Con tutto ciò, giornate assai peggiori furono quelle che dovemmo passare
                  nella prima metà di ottobre. Fino a quel punto, il desiderio supremo della
                  Patria e l’amore per essa erano stati tali nel nostro animo che mai, in fondo,
                  avevamo conosciuto cosa fosse aver freddo e vuoto il cuore. Ma quando, il 5
                  ottobre, si parlò di trattative e di pace, quando vedemmo la gioia del nemico
                  inneggiante e udimmo la notizia che annunciava prossima la sospensione del-
                  le ostilità, allora veramente sentimmo che qualche cosa di inaudito si abbatte-
                  va sopra di noi e conoscemmo cosa fosse disperazione.
                     La sera di un sabato (credo il 6), nel buio di una scaletta che conduceva
                  alla mia stanza, medici e infermiere, vociando e ridendo, si comunicavano le
                  notizie giunte appena. Come passai, uno dei medici mi riconobbe e mi gridò:
                  — C’è la pace, sorella — e mi stese le mani. Corsi su nel buio con un brivido.
                  Sentivo una tempesta dentro di me. Tornai dai malati. Ne avevamo pochi, al-
                  lora. In una sala quasi vuota, al tavolo di mezzo, in una semi-oscurità, i miei
                  tre piantoni giocavano a carte. Sarti, il più anziano, uno che aveva famiglia
                  e figlioli, mi venne incontro giulivo: — C’è la pace, signorina, c’è la pace...
                  —. Povero Sarti, ora mi dispiace, ma gli dissi tante cattive parole ed anche
                  gli strappai il berretto, buttandoglielo per terra e poi uscii, lasciandolo tutto
                  confuso e addolorato. Purtroppo, un anno di quella dura vita aveva affievolito
                  la resistenza nel cuore di molti.
                     Il giorno dopo era domenica. Come la vigilia, le notizie di un armistizio
                  immediato circolavano con insistenza. In muta interrogazione, tendevo l’orec-
                  chio verso il limpido orizzonte, ma invano, e quel silenzio mi appariva esso
                  pure una terribile conferma. Alla sera, la città risuonava dei canti di soldati
                  ubbriachi.
                     Due giorni dopo non si parlava più di pace.
                     Da allora, risorta in noi la speranza, che più non ci abbandonò, ci apparve
                  evidente che una soluzione, forse a breve scadenza, si prospettasse per noi.
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