Page 124 - Cittadini e Soldati - I Sacrari Militari Italiani all'estero
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               di una catastrofe nei Balcani si fece reale. L’operazione su Gallipoli venne quindi interrotta e le forze lì impegnate
               furono trasportate a rinforzare le deboli difese di Salonicco, dalle quali dipendeva l’intera Grecia.
               Ben presto anche l’esercito serbo, riorganizzato a Corfù venne sbarcato a Salonicco, attorno alla quale l’esercito
               bulgaro si era potentemente trincerato, ed anche all’Italia fu richiesto l’invio di un contingente, che Cadorna
               questa volta accettò di buon grado di mandare. A differenza di Durazzo, infatti, Salonicco era una importante
               posizione, dalla quale si controllava la Grecia, e si minacciavano i collegamenti fra l’Impero Ottomano, la Bulgaria
               e gli Imperi Centrali.
               Venne così inviata su quello che oramai si chiamava il “fronte macedone”, la 35ª Divisione, che crescerà fino a
               comprendere 35.000 uomini.
               Anche  il  contingente  in  Albania  dovette  essere  aumentato  negli  anni  seguenti,  raggiungendo  le  50.000  unità  ed
               estendendo progressivamente le proprie linee fino a congiungersi in Macedonia con l’Armata alleata a Salonicco.
               Le operazioni, sia per il terreno difficile che le condizioni precarie dei rifornimenti, ebbero un carattere molto lento.
               Fra le difficoltà che i belligeranti dovettero affrontare furono soprattutto il colera e la malaria a mietere più vittime, ma
               anche il rigidissimo inverno balcanico, con temperature che scendevano ben sotto i 20° sotto lo zero, rese l’impiego
               sul quel fronte come uno dei più gravosi per i soldati.
               Solo nel 1918 i piani alleati nel quadrante balcanico ripresero slancio, con una offensiva volta a far capitolare la
               Bulgaria che ebbe luogo all’inizio dell’autunno. Indebolito dalla carestia e privo di grossi aiuti da parte tedesca, il
               piccolo paese balcanico lottò accanitamente, venendo però costretto alla resa il 25 ottobre. La resa di Sofia comportò
               automaticamente l’isolamento dell’Impero Ottomano, che si affrettò a propria volta a chiedere la pace. Pochi giorni
               dopo, il 1° novembre, anche l’Austria-Ungheria, sconfitta sul Piave, faceva altrettanto, lasciando isolata la Germania
               che l’11 non poté fare altro che chiedere a propria volta la pace.
               Sui campi di battaglia dell’Albania, della Macedonia e della Tracia erano rimasti fra il 1915 e il 1918 oltre 100.000
               morti e dispersi, dei quali 10.000 italiani. La maggior parte di essi fu raccolta in cimiteri di guerra alla periferia delle
               città di Valona, Salonicco e Monastir, ma alcune migliaia rimasero insepolti nelle zone più impervie dove avevano
               imperversato gli ultimi combattimenti, poco prima che le fitte nevicate coprissero, già a novembre, la zona.
               Fu questo il caso del filosofo italiano Giulio Canella, richiamato come tenente del Regio Esercito e scomparso in
               combattimento nella zona di Monastir. Il suo corpo non fu mai ritrovato ed egli fu dichiarato disperso, ma alcuni
               anni dopo un uomo ricomparve nel nosocomio di Collegno asserendo di essere il noto accademico, fortunosamente
               scampato alla morte rimasto fino ad allora in stato di semi-incoscienza. L’uomo, riconosciuto dalla famiglia Canella
               che non voleva rassegnarsi alla perdita del proprio caro, venne però ben presto reclamato anche da un’altra famiglia
               come Giovanni Bruneri, un pregiudicato peraltro ancora in debito con la giustizia.
               Ne nacque un clamoroso affare sul quale l’opinione pubblica si divise e che, sia pure concluso con la accertata identità di
               Bruneri, continuò per decenni ad appassionare l’Italia. Esso in realtà toccava una corda scoperta del Paese: la sorte dei
               molti Caduti dei quali non si era avuta notizia. Essa aggiungeva al dolore della perdita una lacerante incertezza, lasciava
               viva una speranza, quasi sempre vana, impediva il rito funebre che sanciva, almeno simbolicamente, l’elaborazione
               del lutto e l’inizio della nuova vita senza lo scomparso. Era in realtà l’intera Italia, e forse l’intera Europa, a non
               riconoscersi più  dopo la grande carneficina.
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