Page 127 - Cittadini e Soldati - I Sacrari Militari Italiani all'estero
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Una terza operazione, Schwarz, venne lanciata nel maggio-giugno 1943 riuscendo a infliggere ulteriori perdite ai
partigiani ma non a debellarli del tutto, né a impedire il loro passaggio dal Montenegro alla Bosnia.
La resa italiana nel successivo settembre mise in condizioni i partigiani jugoslavi di attingere ai depositi di armi
italiane abbandonati e di rinforzare le proprie file con alcune decine di migliaia di soldati italiani. Circa 15.000 di essi
furono incorporati nelle armate partigiane, mentre 20.000 dettero vita ad una unità, la Divisione Italiana Garibaldi che,
formalmente parte del Regio Esercito, continuò ad operare in territorio jugoslavo fino alla fine del 1944.
La maggior parte dei soldati italiani nei Balcani fu però disarmata e deportata dai tedeschi, tranne una piccola
percentuale che optò per la prosecuzione della guerra al loro fianco.
I presidi di Spalato e Ragusa che si opposero ai tedeschi collaborando con i partigiani, furono sopraffatti dopo duri
combattimenti. I generali Policardi, Cigala Fulgosi e Pelligra autori della resistenza a Spalato assieme ad altri 112
ufficiali furono assassinati nei giorni seguenti a Trilij, mentre i generali Amico e Spicacci, comandanti delle divisioni
Marche e Murge che avevano tentato di difendere Ragusa ebbero una sorte più oscura: il primo fu misteriosamente
assassinato durante il trasferimento in prigionia, il secondo fu deportato in Germania come detenuto politico e
scomparve nelle carceri di Posen nel 1945.
Non tutti i soldati italiani catturati furono però trasportati dai tedeschi nei campi in Germania e Polonia, 20.000 IMI
furono infatti trattenuti dai tedeschi nei Balcani, soprattutto in Serbia, e adibiti ai lavori pesanti. Al momento della resa
tedesca, caduti in mano ai partigiani jugoslavi, essi furono in massima parte trattenuti altri mesi in condizioni dure e
adibiti soprattutto al riattamento degli assi stradali.
In violazione delle norme internazionali, essi furono in realtà considerati come possibile arma di pressione nei
confronti dello stato italiano in vista delle trattative di pace. Solo nel 1946 essi furono rilasciati in seguito alle pressioni
di Gran Bretagna e Stati Uniti.
La sorte dei caduti italiani in Jugoslavia è stata diversa a seconda dei casi. I militari morti nell’attività anti-partigiana
furono, in linea di massima, raccolti nei cimiteri di guerra italiani, poi trasferiti nel Sacrario dei caduti d’oltremare di
Bari nel dopoguerra.
Quelli caduti combattendo a fianco dei partigiani ebbero sepoltura in recinti appositi all’interno dei cimiteri jugoslavi,
ma in massima parte furono anche loro riportati in Italia. A loro ricordo rimane a Belgrado un piccolo monumento.
Meno nota la sorte dei morti in prigionia. In parte sepolti in fosse comuni, essi costituiscono ancora oggi un numero
incerto, confuso con quello generale degli IMI morti in prigionia tedesca.
La 6ª Armata in Albania tentò a propria volta di ripiegare verso la costa ma, disarmata dai partigiani in osservanza
degli accordi armistiziali, fu sopraffatta entro la metà di settembre. Il generale Chiminello, comandante della divisione
Perugia, fu assassinato dai tedeschi nel porto di Saranda assieme ad un centinaio dei suoi ufficiali.
In Grecia l’occupazione italiana ebbe da principio un andamento meno contrastato, e solo dal 1942 dovette fare i conti
con un forte movimento di resistenza, che fu molto significativo soprattutto nelle regioni della Grecia settentrionale
e centrale, dove nell’estate 1943 i partigiani controllavano grandi porzioni di territorio. La 5ª Armata italiana era in
massima parte dispersa lungo la costa, lasciando alle unità tedesche il compito di riserva mobile.
Fu in questo contesto che, al momento della resa italiana l’8 settembre, venne firmato dal generale Vecchiarelli
l’accordo di disarmo con i tedeschi, che di fatto portò, ad eccezione delle isole, alla deportazione della quasi totalità
delle truppe italiane in territorio ellenico.

