Page 128 - Cittadini e Soldati - I Sacrari Militari Italiani all'estero
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124 Cittadini e Soldati - i SaCrari Militari italiani all’eStero
La proposta tedesca di disarmare gli uomini senza opposizione in cambio del loro rimpatrio in Italia fu ovviamente
subito tradita dai tedeschi che li deportarono assieme a tutti gli altri.
Fece eccezione la divisione Pinerolo che scelse di continuare a combattere assieme ai partigiani greci. Questi ultimi
tuttavia la disarmarono poco dopo, confinando i soldati in campi di prigionia dove fame e malattie imperversarono
per tutto l’anno seguente, con migliaia di vittime. Nelle isole però la resistenza italiana si protrasse data la speranza di
poter ricevere aiuto via mare. Essa fu comunque stroncata dai tedeschi entro il novembre 1943.
Nelle Isole Jonie era dislocata la divisione Acqui. A Corfù il presidio italiano riuscì a sopraffare la guarnigione tedesca,
ma fu poi costretto ad arrendersi ad uno sbarco nemico. Ancora una volta i comandanti ritenuti responsabili della
resistenza, i colonnelli Bettini e Lusignani con alcune decine di ufficiali, furono uccisi nell’immediatezza della resa. A
Cefalonia i combattimenti durarono alcuni giorni, e culminarono nella uccisione, ancora oggi non del tutto accertata,
non solo degli ufficiali ma anche di alcuni gruppi di soldati, per oltre 3.000 vittime, alle quali se ne aggiunsero altre
2.000 nell’affondamento dei trasporti che portavano i prigionieri sulla terra ferma.
Nell’Egeo, le grandi guarnigioni di Rodi e Creta, rispettivamente Divisione Regina di 35.000 e Siena di 21.000 uomini,
si arresero dopo alcuni combattimenti. Non vi furono uccisioni immediatamente dopo la resa, ma almeno 10.000
uomini perirono ancora una volta nell’affondamento delle navi verso la Grecia.
Nelle Cicladi la resistenza si protrasse più a lungo. Coo venne occupata dai tedeschi, con l’usuale massacro dei 112
dodici ufficiali della guarnigione, compreso il colonnello Leggio. Lero fu presa in seguito ad una dura battaglia, cui
parteciparono anche truppe britanniche, nel corso della quale si verificarono ancora una volta, anche se in minore
misura, uccisioni di prigionieri italiani.
La divisione Cuneo a Samo riuscì per metà a mettersi in salvo in Turchia prima dell’invasione tedesca, che mise termine
la presenza militare italiana in Egeo.
La maggior parte dei 110.000 uomini dell’armata fu deportata in Germania, ma alcuni gruppi di prigionieri, soprattutto
provenienti dalle isole, vennero trattenuti dai tedeschi nei campi in prossimità di Atene e Salonicco per essere impiegati
localmente come manodopera. La mortalità, sia per la scarsezza di vitto che per la diffusione delle malattie, fu analoga
a quella patita dai prigionieri dei partigiani, ed ebbe un miglioramento solo al momento della ritirata tedesca dalla
Grecia alla fine del 1944, con l’arrivo delle truppe britanniche, quando poté iniziare, sia pure con lentezza, il rimpatrio
in Italia.
Dopo la fine delle ostilità il recupero delle salme dei caduti in Grecia e Albania costituì un impegno gravoso, data
anche la grande dispersione sul territorio e lo stato di guerra civile in cui la Grecia si trovò fino a tutto il 1947.
I caduti italiani in prigionia in Grecia, raccolti nei cimiteri di Atene e Salonicco, furono rimpatriati con relativa celerità
come pure i caduti in attività antipartigiana, ma restavano i numerosi dispersi in Egeo e Ionio, parte dei quali destinati
a non poter essere recuperati perché affondati con le navi.
Una delegazione militare italiana, in abiti borghesi, si recò a Cefalonia per individuare e recuperare le salme delle
vittime dell’eccidio, in parte sepolte in fosse comuni, ed una similare delegazione toccò l’isola di Coo.
Altrettanto gravoso fu il recupero degli oltre 13.000 morti nei cimiteri di guerra nell’Albania meridionale, caduti nel
1940-41, attività cui doveva aggiungersi la ricerca delle migliaia di dispersi dopo l’8 settembre, quelli cioè non catturati
dai tedeschi. Parte di essi era da considerare assassinata dopo la cattura da parte degli stessi tedeschi o dei partigiani,
o morta di stenti nei mesi successivi. Molte migliaia, tuttavia, sia aggregate ai partigiani sia sopravvissute per proprio

