Page 241 - Il lungo Risorgimento del Generale Genova Thaon di Revel - Per l'Italia e per il Re
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Ministro della Guerra 1867 241
suo ultimo intervento nei lavori della Camera. In fondo, come disse, era ben contento che tutte le carte
fossero rese pubbliche: la sua correttezza verso il Governo e verso la Corona risultavano in modo netto.
La fermezza del di Revel nel voler rispettare i termini della Convenzione di Settembre e il suo rifiuto a
muovere l’esercito contro lo Stato Pontificio gli procurarono, come abbiam visto, le critiche della stampa
e dell’opposizione di sinistra, ma finirono per alienargli anche le simpatie dell’alta ufficialità dell’eser-
cito e di una parte della Destra.
D’altro canto in un momento in cui la questione romana era al centro della politica nazionale e atti-
rava l’attenzione della parte più influente della società italiana, il suo atteggiamento di rigido difensore
delle prerogative del pontefice e l’ostinazione con cui sosteneva la via diplomatica per la risoluzione
della questione lo relegavano in una posizione di marginalità, da cui seppe uscire solo quando, lasciato
il servizio attivo, poté dedicare tutte le proprie energie, senza alcuna remora, alla difesa dei valori e dei
principi per cui si era sempre battuto. La sua partecipazione all’attività parlamentare si fece sempre più
discontinua: spesso assente perché in congedo per l’incarico di comandante militare la divisione territo-
riale di Padova, si recò a Firenze solo occasionalmente.
L’inizio dell’anno 1868 portò con sé un evento che segnò un profondo cambiamento nella vita del più
giovane del casato dei Thaon di Revel: il fratello Ottavio morì il 9 febbraio a Torino per un colpo apo-
plettico. Con la scomparsa della sua guida spirituale e con le dimissioni dal ministero della Guerra, Ge-
nova entrò in un cono d’ombra e pur rimanendo in Parlamento come deputato e poi come senatore fino
alla sua morte, non ebbe più il ruolo di rilievo che aveva assunto negli anni precedenti nella vita politica
nazionale e nell’amministrazione militare. Lui stesso si rese conto che si approssimava una svolta nella
sua vita e che correva il rischio, a soli cinquant’anni, di scivolare dal proscenio della storia alle seconde
file. Questa sua ansia è testimoniata da una lunga lettera che scrisse a Filippo Antonio Gualtiero, a capo
del ministero della Real Casa, nell’aprile del 1868, alla vigilia del matrimonio del principe Umberto
con Margherita. Temeva addirittura di essere dimenticato nell’assegnazione delle onorificenze che il re
aveva previsto in occasione dell’evento e ricordava a Gualtiero i propri meriti come Primo Aiutante del
principe ereditario, come regio commissario per la consegna del Veneto e come ministro della Guerra.
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I timori per una sua clamorosa esclusione non avevano motivo d’essere. Vittorio Emanuele II aveva
istituito nel febbraio di quell’anno, proprio in occasione delle nozze di Umberto, l’Ordine della Corona
d’Italia, la prima onorificenza a carattere nazionale con cui venivano premiati tutti coloro che avevano
contribuito al raggiungimento dell’Unità nazionale. Così il luogotenente generale Genova Thaon di Re-
vel fu insignito il 22 aprile 1868, giorno delle auguste nozze, con il titolo di Commendatore.
54 Sezione Archivio di Stato di Orvieto, (SASO), Archivio Gualtiero, m.12, AJ8, Genova di Revel a Filippo Antonio Gualtiero, 12 aprile
1868
«Caro Gualtiero, vengo a voi con tutta quella confidenza che mi dà la stima che ho per voi e la benevolenza che m’avete sempre dimostra-
to. Non so quali siano le intenzioni di S.M. nell’occasione delle future nozze. Sarebbe possibile che il re volesse distinguere la casa
del Principe Reale, e distribuir loro decorazioni del nuovo ordine, oppure altra onorificenza. Avendo servito per tre anni e mezzo il
Principe Reale, e specialmente in guerra, come suo aiutante di campo, ed essendo rimasto onorario, capirete ch’io sarei mortificato di
una esclusione. Tanto meno poi crederei meritarlo dopo la mia condotta quale commissario pella consegna del Veneto, e meno ancora
come ministro della Guerra, ché, voi meglio di ogni altro, sapete come andarono le cose. Avrò fatto poco benefizio, ma certamente ho
impedito gran male. Ed anche dopo ne imposi al Rattazzi perché nelle sue difese non cercasse con la sua imprudente disinvoltura a
compromettere il Re. S.M. mi espresse nel tempo la sua soddisfazione nel modo più lusinghiero offrendomi di ammettermi nella sua
casa militare. Voi comprenderete che una tale distinzione data ad un membro del Ministero Rattazzi poteva produrre osservazioni. E
poi, sia detto tra noi, il Duca di Sartirana mi conserva un maligno rancore dopo certa storia di vasi giapponesi in cui non fece bella
figura. Menabrea poi, lo sapevo da Cialdini, contrario alla mia nomina. Per cui mi sarei trovato in Paradiso malgrado i santi, non essen-
dovi ancora voi. Dovetti quindi ringraziare S.M. Ciò è per dimostrarvi che il re non fu malcontento. Mi raccomando quindi alla vostra
amicizia per non essere escluso se si fa una distribuzione generale. In pari tempo vi prego di non far parola di questa mia lettera ad
alcuno, salvo al re, se lo credete conveniente. Non domando onorificenza speciale, ma solo di non essere escluso. Se ho torto ditemelo
francamente». La lettera è segnalata nel volume di Pierangelo Gentile L’ombra del re. Vittorio Emanuele II e le politiche di corte, cit.,
p. 269. L’autore mi ha fatto avere gentilmente il testo.

