Page 238 - Il lungo Risorgimento del Generale Genova Thaon di Revel - Per l'Italia e per il Re
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               alle autorità locali. I prefetti autorizzavano i convogli speciali per il trasporto dei volontari, i deputati
               dell’opposizione, in particolare della Sinistra, prelevavano dalle casse erariali i soldi per mantenerli,
               armi e munizioni per i garibaldini arrivavano dai magazzini della Regia Marina.
                  Garibaldi aveva lasciato Caprera ed era giunto a Firenze; ormai era chiaro che Rattazzi favoriva l’im-
               presa e sperava in un incontro tra l’Eroe dei Due Mondi e il re. Il conte di Revel fu chiamato la sera del
               20 ottobre a Palazzo Pitti da Vittorio Emanuele:
                     “Era furente contro Rattazzi, dicendo che lo tradiva. Rimasi sorpreso di tal linguaggio così insolito.
                     Insinuai al Re, se non credeva opportuno di chiamare a sé Garibaldi, ed usare privatamente la sua
                     influenza verso di lui. Mi rispose che aspettava Cialdini e non voleva compromettere la posizione (…)
                     Ritornando a Rattazzi ed insistendo il Re sulla necessità di togliere i mezzi di agire, dissi sorridendo:
                     «Maestà c’è un mezzo facile di assicurarsi di lui. Gli scrivo per pregarlo di venire al Ministero della
                     guerra, e verrà. Ivi troverà conveniente alloggio, porrò il mio cuoco a di lui disposizione, ma non
                     potrà ne uscire, né ricevere». «Ma Bicheville farà il diavolo a quattro», osservò il Re. «Ebbene farò
                     dire alla Signora che il di lei marito la desidera; quando sarà venuta, porrò a loro disposizione il mio
                     talamo nuziale, e rinnoveranno la luna di miele». Il Re rise «Non veniamo a tali estremità. Faccia
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                     partire Rattazzi dal Ministero. Prenda intanto Lei i pieni poteri. Io lo sosterrò. Dopo vedremo».”
                  Il di Revel non prese i pieni poteri, ma il giorno dopo si recò da Rattazzi e lo pregò, secondo le indica-
               zioni del re, di lasciare il ministero; l’ordinaria amministrazione fu assunta dal prefetto di Firenze Giro-
               lamo Cantelli. Nonostante l’arrivo a Firenze di Enrico Cialdini, incaricato di formare il nuovo governo,
               Genova continuò a presidiare il suo ministero, fermo nel proposito di non coinvolgere l’esercito nei
               disordini che già si stavano profilando. Così rifiutò le sollecitazioni di Menotti Garibaldi che gli giunsero
               attraverso il generale Ricotti di far avanzare le truppe per i fatti accaduti nella città di Roma: l’attentato
               alla caserma Serristori, la spedizione dei fratelli Cairoli a Villa Glori e l’eccidio della famiglia Tavani
               Arquati nel lanificio Ajani a Trastevere. Rispose con fermezza che al governo risultava falsa qualunque
               notizia di insurrezione. Fallito il tentativo di Cialdini, la formazione del governo Menabrea lo sollevò da
               nuovi interventi.
                  Il 29 ottobre tornò a Padova,  proprio pochi giorni prima dello scontro di Mentana. Qui lo raggiunse-
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               ro le aspre polemiche sostenute dalla stampa sul suo operato al ministero della Guerra. In particolare fu
               attaccato dalla Gazzetta di Torino, il foglio moderato diretto da Alberto Calani, che lo riteneva responsa-
               bile del mancato intervento dell’esercito italiano nello Stato Pontificio e della tanto attesa liberazione di
               Roma. La polemica, ripresa anche dall’ Opinione, il quotidiano fondato a Torino nel 1848 da Giacomo
               Durando e dal 1865 a Firenze sotto la guida di Giacomo Dina, si protrasse dai primi di novembre per
               diversi giorni.
                  I rilievi che venivano mossi all’ex ministro della Guerra erano in sostanza due: sull’opinione di non
               aver mobilitato sufficiente forza alla frontiera pontificia per procedere poi nell’invasione del territorio
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               44  Genova Thaon di Revel, Sette mesi al Ministero, cit., lettera a Ottavio, Firenze, 21 ottobre 1867, p. 186.
               45  Questi i provvedimenti che il di Revel riuscì a varare durante il suo incarico al ministero della Guerra: 18 maggio, R.D. che approva
                   l’ordinamento del corpo del treno d’armata in tempo di pace; 28 luglio, Legge che autorizza la spesa straordinaria di lire 1.380.000
                   sul bilancio della Guerra per la trasformazione delle armi portatili; 28 luglio, R.D. portante l’ordinamento dei Carabinieri Reali; 15
                   agosto, Legge che autorizza una leva militare dei giovani nati nell’anno 1846 nelle province venete e in quella di Mantova; 15 agosto,
                   R.D. portante la soppressione dei Gran Comandi dei dipartimenti militari di Verona, Milano, Torino, Bologna, Firenze, Napoli; 22
                   settembre, R.D. col quale ai quattro generali d’armata comandanti dei dipartimenti militari di Firenze, Torino, Bologna, Milano, viene
                   corrisposta e pagata insieme allo stipendio un’indennità di L. 3000. Cfr. Piero Pieri, Le forze armate, cit., p. 482.
               46  «Tutti sanno, in maniera che nessuno potrà mai metterla in forse, che i nostri soldati non arrivavano a 12.000 uomini, insufficienti
                   contro gli stessi papalini se trincerati in Roma e nello stesso tempo si dovevano disarmare i volontari; così è il caso di cantar messa
                   grande che siavi stato almeno qualcuno in Italia, il quale abbia capito non potersi con quelle forze imponenti cacciarsi dentro quel
                   vespaio dove la nazione sarebbe caduta con plauso soltanto di quelli che la videro, così a malincuore, risorta». Cfr. Gazzetta di Torino,
                   17 novembre 1867.
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