Page 237 - Il lungo Risorgimento del Generale Genova Thaon di Revel - Per l'Italia e per il Re
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Ministro della Guerra 1867                                      237




                             roseo s’annerisce, egli è che non avevo una così triste idea della corruzione dominante in Italia! Ciò
                             malgrado l’Italia si salverà, come si è salvata finora, ma sarà tutto merito della sua stella.”
                           I volontari garibaldini che si ammassavano al confine con lo Stato Pontificio erano via via sempre più
                        numerosi diventando incontrollabili. Il governo sembrava esitante, il di Revel si sentiva isolato, aveva
                        la sensazione che la maggioranza fosse più disponibile a favorire piuttosto che ostacolare il movimento
                        d’invasione. Il 16 ottobre insieme a Rattazzi si recò da Vittorio Emanuele per esporre il piano molto det-
                        tagliato che aveva predisposto per fronteggiare i garibaldini e che se attuato avrebbe evitato il disastro di
                        Mentana.  Alla conclusione del colloquio la sua proposta sembrava essere accolta:
                             “Dopo una lunga conferenza, nella quale riconobbi il senno politico di Vittorio Emanuele, quando
                             vuole occuparsi dello Stato, si combinò un telegramma del Re, che ordinava a Nigra di portarsi a
                             Biarritz, per esporre all’Imperatore l’impossibilità di trattenere il movimento (…) Si proponeva di
                             entrare nelle province romane, far indietreggiare e disarmare i Volontari, mantenere l’ordine, rispet-
                             tare l’indipendenza e sovranità del Papa, e non appressarsi né a Roma né a Civitavecchia, a meno
                             di essere richiesti dal Governo romano pella difesa del Santo Padre. Ristabilito l’ordine, le truppe si
                             ritirerebbero, dopo aver protetto il Papa a norma della Convenzione.”

                           Rattazzi e Vittorio Emanuele parevano dunque convinti. Lo stesso Presidente del Consiglio si inca-
                        ricò di cifrare il messaggio a Nigra perché parlasse in questi termini a Napoleone. Alla sera dello stesso
                        giorno Rattazzi pregò il di Revel di illustrare la sua proposta di intervento ai colleghi di governo. Lo
                        ascoltarono in silenzio, poi un colpo di scena:
                             “Un collega disse: «Ma non ci accuseranno di fare da sgherri al Papa?» Queste parole destarono
                             la tremarella d’impopolarità negli altri, e spuntò nel loro cervello l’idea di portarsi direttamente a
                             Roma per tentare un colpo di mano. Eran tutti diventati garibaldini!”
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                           Rattazzi, chiamato in causa dal ministro che gli ricordava il testo del telegramma spedito a Nigra,
                        confidò che l’aveva un po’ modificato, come se volesse appoggiare i dubbi dell’opposizione sulla pro-
                        posta di intervenire preventivamente per disarmare i volontari garibaldini. A questo punto non ebbe più
                        alcuna esitazione: scrisse una lettera al presidente del Consiglio e si dimise.





                        Si volle far di me il capro espiatorio

                           Il giorno dopo l’intero Gabinetto Rattazzi rassegnò le dimissioni. Intanto, approfittando della confu-
                        sione delle forze politiche italiane, il consiglio dei ministri francese, presieduto dall’imperatore, aveva
                        deciso l’intervento in difesa dello Stato della Chiesa. Si aprì una crisi di governo complicata, il di Revel,
                        sollecitato da Vittorio Emanuele nell’ultimo consiglio dei ministri del 20 ottobre, riconfermò quanto già
                        detto nel colloquio a Palazzo Pitti del 17 ottobre presente anche Rattazzi, ma sottolineò con preoccu-
                        pazione l’atteggiamento aggressivo della Francia per cui riteneva opportuno chiamare le classi sotto le
                        armi e mettere l’esercito in stato di allerta aspettando gli eventi. Era inaccettabile per lo stato italiano,
                        secondo il di Revel, tollerare che solo la Francia avesse il diritto di intervenire in una crisi così complessa
                        e difficile.
                           Il re inviò poco dopo all’ex ministro una lettera con il suo parere. In sostanza condivideva la posizione
                        del generale e lo invitava ad aumentare il presidio della capitale. Per il resto, concludeva, «So io come
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                        guidare l’avvenire».    La situazione era nel frattempo sfuggita completamente di mano al governo e


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                        43  Ivi, lettera a Ottavio, Firenze, 20 ottobre 1867, p. 184.
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