Page 49 - Il lungo Risorgimento del Generale Genova Thaon di Revel - Per l'Italia e per il Re
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La formazione e La Prima Guerra d’indiPendenza                           49




                        distrutte dai dimostranti. La batteria del capitano di Revel lasciò Milano insieme a un triste seguito di
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                        giunta Trecate, dove l’artiglieria fece sosta, scrisse al fratello in una lettera del 7 agosto tutta la propria
                        rabbia contro “i farabutti politici” che riteneva avessero sabotato la guerra:
                             “Non saprei esprimerti l’esasperazione nostra per quanto è successo. Se il Re volesse, credo che
                             troverebbe nell’Esercito un forte appoggio contro i farabutti politici. Speriamo che ciò non accada.
                             Quali giornate ho passato! Ne sono ancora costernato. Mi trovai al punto di essere quasi indeciso
                             se dovevo volgere la bocca de’ miei cannoni contro il di fuori od al di dentro, daddove mi tiravano
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                             fucilate! Quanta infamia in chi suscitò si nefando disordine! “
                           Anche nella capitale del Regno, appresa la notizia del rovescio, la costernazione si era impadronita
                        degli animi.  L’entusiasmo di marzo si era trasformato in un atto d’accusa per la condotta lenta e in-
                        concludente del conflitto, per la mancanza di una guida preparata e autorevole delle operazioni militari
                        capace di assumere le misure urgenti che la situazione di volta in volta richiedeva. Tuttavia l’orgoglio
                        sabaudo non risparmiava gli alleati: sul banco degli accusati salivano soprattutto i lombardi, dimostratisi
                        diffidenti e inaffidabili sin dall’inizio delle ostilità.
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                        Così finì il 1848

                           Era la delusione totale, il crepuscolo delle speranze. L’armistizio sottoscritto dal generale Carlo Ca-
                        nera conte di Salasco, la crisi di governo, il ritorno dei militari feriti, la disorganizzazione palesata
                        dall’esercito, sembravano spostare molto avanti nel tempo le attese d’indipendenza e di unità dell’Italia.
                        Svaniva il ricordo di Carlo Alberto accolto come il liberatore dall’Austria appena varcato il Ticino.
                           Rientrato a Torino il di Revel si trovò in un clima politico e culturale completamente nuovo rispetto
                        a quello che aveva lasciato nel marzo di quell’anno partendo per la guerra.  Al fronte aveva vissuto da
                                                                                               101
                        lontano, spesso non condividendoli, i cambiamenti che avevano segnato la società piemontese ad opera
                        degli intellettuali che da tutte le regioni d’Italia erano riparati in Piemonte, accompagnati dalle tensioni
                        tra le diverse correnti politiche presenti nel Parlamento. Certo le critiche mosse dai periodici di orien-
                        tamento repubblicano e democratico alla condotta della guerra lo avevano profondamente amareggiato,
                        ma ora era sconcertato dal vigore che assumevano in Piemonte e in Lombardia le forze che ponevano



                        99  Genova Thaon di Revel, Dal 1847 al 1855 cit., p. 41.
                        100 «L’Italia non è che un’espressione geografica, Metternich lo ha detto e noi l’abbiamo provato. Ma noi piemontesi ci siamo prodigati in
                           tutti i modi; se tutti avessero fatto come noi, saremmo certamente in un’altra situazione. Basta dire che noi, una nazione di 3 milioni
                           di abitanti ha affrontato e tenuto in scacco l’impero austriaco. Per questa volta, basta così. Le cause che ci hanno portato alla sconfitta
                           sono diverse. Anzitutto la mancanza di un condottiero per il piano generale della guerra e la direzione della sua esecuzione con le
                           modifiche che le circostanze potevano richiedere; la mancanza assoluta di cooperazione con i nostri alleati, e l’incapacità, l’imperizia
                           di coloro che erano incaricati di far riuscire l’impresa. Senza aver perduto delle battaglie, abbiamo affrontato una ritirata come quella
                           dalla Russia in mezzo a un paese ricco e pieno di risorse come la Lombardia, un paese che si era spontaneamente dato a noi. I nostri
                           soldati si sono battuti fintanto che le forze fisiche non sono venute meno, ma la fame, la sete, li hanno decimati, la demoralizzazione li
                           ha presi (…) Bisogna vederli. Sono delle vere e proprie mummie, la pelle nera e disseccata, lo sguardo fisso, si comprendono i tormenti
                           che hanno dovuto sopportare. Per darti un’idea di come stanno le cose ti dirò quello che è successo a un membro della delegazione
                           inglese inviata qualche giorno fa al campo con un corriere. La vettura fu fermata nelle vicinanze di Voghera da due nostri ufficiali che
                           gli chiesero se per caso avesse un pezzo di pane». (In francese, la traduzione è mia) Cfr. Costanza d’Azeglio, Lettere al figlio, cit., vol.
                           I, Torino, 9 agosto 1848, p. 905.
                        101 «In quei primi giorni d’Agosto era in Piemonte un subbuglio generale. Si erano formati Comitati di sicurezza pubblica, decretata la
                           mobilitazione della guardia nazionale, aperta la vendita di 15 milioni del debito pubblico, e per di più la leva di massa della nazione.
                           Questa eccitazione fu ancora aumentata dall’arrivo degli emigrati lombardi! A Genova peggio ancora. Il ministero non si sapeva
                           raccapezzare». Cfr. Genova Thaon di Revel, Carlo Alberto da Milano a Novara, La Rassegna Nazionale, cit., fasc. 16 febbraio 1902,
                           p. 570.
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