Page 50 - Il lungo Risorgimento del Generale Genova Thaon di Revel - Per l'Italia e per il Re
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               sotto accusa l’operato di Carlo Alberto, in particolare per la firma dell’armistizio.  Gli sembrava che
               fosse andato perduto l’entusiasmo che aveva mosso i combattenti all’inizio del conflitto e vanificati
               quattro mesi di guerra. Incontrando agli inizi del 1849 Pettinengo, comandante dell’artiglieria lombarda,
               non poteva non ripensare con amarezza al suo brindisi al caffè Cova di Milano: lui comandava ancora
               una batteria piemontese, Pettinengo una lombarda, il sogno dell’Unità sembrava ora molto più lontano.
               Così il giovane capitano quasi si rammaricava che il sovrano, oggetto di tali dure censure da parte degli
               oppositori, tenesse ancora ben salda la barra sulla rotta dell’indipendenza nazionale, perché se avesse
               voluto reagire alla messe di critiche:
                     “…avrebbe trovato l’Esercito disposto a secondarlo, unicamente pella rabbia in esso concentrata da
                     tutte le calunnie alle quali era stato in balia, mentre non v’erano lodi abbastanza entusiastiche per
                     i corpi volontari che non erano andati a combattere (…) i nostri studenti dimenticavano nelle loro
                     declamazioni che gli studenti viennesi eransi organizzati in corpo e venuti al campo per combattere
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                     gl’Italiani colle truppe imperiali! Quello era vero patriottismo!”
                  Per lui, così come per gran parte dell’ufficialità sabauda e per i più vicini collaboratori del re, si apriva
               un periodo di grande incertezza, scandito dalle mediazioni diplomatiche della Francia e dell’Inghilterra
               per evitare la ripresa dell’ostilità tra l’Austria e gli Stati Sardi e dal problema del comando dell’esercito,
               deflagrato dopo la manifesta inadeguatezza dimostrata da Carlo Alberto nel corso dei cinque mesi di
               guerra. Quando si profilò la possibilità che il comando dell’esercito sabaudo fosse affidato al generale
               polacco Wojciech Charznowsky, Genova non nascose la propria contrarietà, anzi denunciò l’ambiguità
               dell’operazione che giudicava, nei suoi risvolti ingannevoli, un vero proprio atto di plagio, più che un
               complotto nei confronti di Carlo Alberto cui non erano naturalmente estranei i democratici.  104
                  Nelle sue memorie ricordava la decisione presa dal governo presieduto da Cesare Alfieri di Sostegno
               che riuscì a scontentare il re, il comandante dell’esercito Eusebio Bava e il capo di Stato Maggiore Chr-
               zarnowski:
                     “Fu odioso all’Esercito il veder chiamato a capo di Stato Maggiore dell’esercito uno straniero, il
                     polacco Chrzarnowsky, a comandante della divisione Lombarda Ramorino, e molti polacchi nomi-
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                     nati ufficiali nei nostri reggimenti”
                  E in effetti proprio ai detestati democratici si era avvicinato Carlo Alberto nella speranza di rimanere
               a capo dell’esercito. La contrapposizione in atto tra il nuovo esecutivo presieduto da Gioberti e l’esercito
               ebbe momenti di vero scontro con il proclama del ministro Buffa  che aveva allontanato dalla città di
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               102 Emblematico in proposito la testimonianza del conte Giovanni Arrivabene sul commento di Carlo Cattaneo dopo che la notizia della
                   sconfitta di Custoza giunse a Milano: «Arrivabene, buone nuove; i Piemontesi sono stati battuti. Ora saremo padroni di noi stessi;
                   faremo noi la guerra popolare, cacceremo gli Austriaci dall’Italia, e faremo la repubblica federale!!». Cfr. Giovanni Arrivabene,
                   Memorie della mia vita, G. Barbera, Firenze,1879, p. 254.
               103 Genova Thaon di Revel, Dal 1847 al 1855 cit., p. 42.
               104 «Un certo Misley inglese, nato a Modena, implicato nella congiura di Ciro Menotti, fu condannato a morte in contumacia. Agente
                   favorito di Mazzini, si portava ovunque vi fossero tumulti in Europa (…) D’accordo col partito democratico, trovò modo di essere
                   presentato a Carlo Alberto, al suo arrivo da Vigevano in Alessandria. Svelto, di bei modi, di favella facile. D’accordo con il partito
                   d’azione, riuscirono a insinuare cautamente nell’animo del Re che, non doveva subire l’affronto di cedere il comando ad un altro (…)
                   Poi accennarono che prendendo per capo di stato maggiore, o quartier Mastro un buon Generale estero, questi sarebbe devotissimo
                   al Re, curante della dignità sovrana, e darebbe a Carlo Alberto la gloria del successo». Cfr. Genova Thaon di Revel, Carlo Alberto, in
                   «La Rassegna Nazionale», presso l’Ufficio del periodico, Firenze, fasc. 16 marzo 1901, p. 200.
               105 Ivi.
               106 La costituzione del ministero democratico guidato da Vincenzo Gioberti del 16 dicembre 1848 suscitò nella città di Genova un
                   notevole fermento e diede nuovo vigore alle mai sopite velleità indipendentistiche. Per riportare la città alla calma fu inviato il
                   ministro dell’agricoltura Domenico Buffa che, per ristabilire la tranquillità, il 18 dicembre annunciò in un proclama intestato «Viva la
                   Costituente italiana!» l’allontanamento del presidio militare. Il gesto suscitò l’indignata reazione degli ambienti militari e dello stesso
                   duca di Savoia, comandante della 4ª divisione di stanza in quel momento a Novara che inviò il di Revel a Torino per consegnare al
                   governo la protesta degli ufficiali. Cfr. Marziano Brignoli, Carlo Alberto, cit., p. 357.
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