Page 52 - Il lungo Risorgimento del Generale Genova Thaon di Revel - Per l'Italia e per il Re
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               Genova il presidio militare e non contribuì certo a ridare fiducia e saldezza morale ai soldati, ma acuì
               l’apprensione e il disorientamento degli ufficiali.
                     “Se l’idea nazionale italiana fosse stata superiore ad ogni interesse di partito, il ministero Gioberti
                     avrebbe dovuto pensare a favorire l’Esercito, rianimarlo, e dandogli confidenza nel paese, renderlo
                     più fiducioso ad incontrare il nemico. Invece non si cessò dal denigrare tutti i capi, chiamarli codini,
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                     traditori, e destando così sfiducia nei soldati.”



               Le truppe marciarono per sentimento del dovere, ma senza slancio

                  L’anniversario delle Cinque giornate coincise con la ripresa delle ostilità. Il capitano di Revel da Tre-
               cate, nella 4ª divisione ora comandata da Ferdinando duca di Genova, il 20 marzo 1849 varcò il Ticino.
               Gli abitanti avevano strappato l’asta della bandiera con l’aquila nera che, alla fine del ponte segnava la
               frontiera austriaca. Carlo Alberto passò il ponte a piedi alla testa di una compagnia di bersaglieri e fermo
               all’altra estremità vide sfilare le truppe, impassibile, in un silenzio irreale.
                  Genova proseguì con la sua batteria fino a Magenta senza incontrare il nemico; entrato a sera nel cen-
               tro cittadino, si rese conto dalla freddezza della popolazione che le manifestazioni di entusiasmo che lo
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               avevano accolto a Milano, soltanto qualche mese prima, erano ormai uno sbiadito ricordo.  L’insubor-
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               dinazione di Ramorino e il disastro di Mortara  costrinsero la sua divisione a tornare verso Novara. Si
               trovò a passare la notte tra il 22 e il 23 marzo in un povero cascinale davanti a Trecate, tra le due strade di
               Vigevano e di Novara, insieme al generale Giuseppe Passalacqua, il primo rappresentante dell’esercito
               sabaudo che si era recato a Milano per conferire con il Governo provvisorio il 24 marzo 1848. Di quella
               triste sera gli rimasero impresse le amare parole dell’ufficiale, specchio del sospetto e del discredito che
               circondavano ormai l’esercito sardo «Lei ed io potessimo starcene a casa e fare vita buona. Eppure per
               devozione al Re ed al Paese veniamo fare questa vita pericolosa e patita. Cosa dicono di noi! Che siamo
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               traditori!»    L’indomani, 23 marzo 1849, il generale cadeva morto sul campo.
                  Sul combattimento della Bicocca, dove pure guadagnò una medaglia d’argento,  Genova scrisse
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               nelle sue memorie solo poche parole per fermare l’immagine del re, nelle cui mani aveva giurato giovane
               ufficiale diciassettenne, che a cavallo, a guerra ormai perduta, si portava sulla linea del fuoco nemico
               alla ricerca della morte in battaglia.   Ma la morte non lo volle sul campo dove pure era stato esempio
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               107 Genova Thaon di Revel, Dal 1847 al 1855, cit., p. 47.
               108 «Il nostro contegno cogli abitanti ed il modo, col quale ci accolsero, dava cattiva idea di ciò che sarebbe avvenuto a Milano. Le solite
                   fumicate lungo la riva annunziavano agli austriaci il nostro avanzare». Cfr. Genova Thaon di Revel Carlo Alberto. Novara, «La
                   Rassegna Nazionale», cit., fasc. 1 aprile 1902, p. 389.
               109 Di quella terribile giornata Vittorio Emanuele diede un resoconto molto vivo nella lettera del 22 marzo 1849 alla principessa Maria
                   Adelaide: «Ieri sera ho avuto l’onore insieme a Durando di attaccare quasi tutto l’esercito austriaco a Mortara dopo una marcia forzata
                   di 14 miglia. L’attacco è stato orribile, il fuoco infernale, la posizione era stata tenuta e la vittoria pareva certa quando l’intera brigata
                   Cuneo è fuggita urlando, i tedeschi sono entrati in città. Ho opposto una grande resistenza con la Cuneo che è stata quasi distrutta (…)
                   Alle dieci di sera ci battevamo passo dopo passo per le strade, non c’erano che mucchi di cadaveri. Ho sciabolato due ore, non sono
                   ferito, ma son tutto pesto ed è un puro caso che non mi abbiano ammazzato. Ho spaccato molte teste. Le donne lanciavano degli urli
                   spaventosi, loro così eleganti e belle, man mano che quei demoni malvagi avanzavano, entravano nelle case e le violentavano. La Tour
                   ebbe il cavallo ucciso, La Marmora dello Stato Maggiore che si trovava lì per caso ne ebbe due, io ho perso Baltimore, regalo del Re,
                   e il bel nero di mio fratello che il nemico mi ha portato via. Era il più bello di tutti e non so come potrò fare per riprendermelo». Cfr.
                   Francesco Cognasso (a cura di) Lettere di Vittorio Emanuele II, vol. I, cit., p. 286.
               110 Genova Thaon di Revel, Dal 1847 al 1855, cit., p. 49.
               111 Ministero della Guerra, Stato di Servizio, cit., «Decorato di medaglia d’Argento al Valor Militare per essersi distinto alla battaglia di
                   Novara il 23 marzo 1849».
               112 «La lotta alla Bicocca era vivissima. Erano alcuni pezzi della mia batteria che scambiavano un vivo fuoco colla Artiglieria nemica,
                   sulla strada di Mortara: ad un tratto odo alla destra gridare: “cessate il fuoco”. Che cos’era? Carlo Alberto sul suo morello traversava
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