Page 296 - Missioni militari italiane all'estero in tempo di pace (1861-1939)
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286 PIERO CROCIANI
messa nella cattedrale e visita dell'ospedaletto e delle caserme. Il 30 gennaio
successivo era la volta di monsignor Igino Serra, definito "Alto Commissario
della Santa Sede per l'Alta Slesia" accompagnato dal generale De Marinis Stendardo.
A febbraio, poi, monsignor Serra avrebbe inviato, da Vienna, dei libretti di
devozione per i soldati.
Per concludere accenneremo ora ai rapporti tra gli uomini del nostro contingente,
la popolazione e le truppe alleate. Se dobbiamo giudicare dalle espressioni di
augusto apprezzamento espresse da Vittorio Emanuele III, questi rapporti, specie
con le popolazioni, dovevano essere più che buoni. CosÌ - infatti - egli si era
espresso con l'ufficiale comandante della scorta della bandiera del 135° Fanteria,
inviata a Roma dall'Alta Slesia in occasione della tumulazione del Milite Ignoto:
"Il soldato italiano, in qualunque località egli vada, si fa ben presto amare e stimare
pel suo carattere buono e dolce, pel suo contegno corretto e dignitoso". Insomma
"italiano brava gente", un giudizio probabilmente condivisibile ma, per cosÌ dire,
a livello individuale, per quanto riguardava i rapporti tra i singoli soldati ed i
singoli abitanti. In realtà, infatti, al di là degli episodi violenti o addirittura
sanguinosi, che coinvolsero il nostro contingente, e che non erano opera di una
piccola minoranza, ma espressione, più o meno condivisa nelle forme, delle due
etnie che popolavano l'Alta Slesia, la presenza degli italiani era pur sempre quella
di una forza di occupazione straniera stanziata nel territorio per una nuova definizione
dei confini, definizione che, fatalmente, non avrebbe potuto non causare apprensione
e, poi, dolore ad una parte almeno degli abitanti. D'altra parte non si parla mai di
calde accoglienze riservate al nostro contingente. All'arrivo delle prime truppe
l'accoglienza è "incuriosita e corretta" o "fredda ma corretta", mentre è addirittura
cattiva quella incontrata a Teschen. Certo, anche se inizialmente era consigliato alla
truppa, in alcune zone, di restare in gruppi di almeno sei soldati, col tempo i soldati
seppero farsi accogliere, ma qualche incidente si produsse per tutta la permanenza
del contingente, sino agli ultimi giorni. Era, ovviamente, assai difficile stabilire se
all'origine di questi incidenti ci fossero davvero ragioni di carattere personale o se,
invece, queste ragioni fossero soltanto un pretesto che nascondeva l'ostilità derivante
da motivi politici.
È certo che erano soprattutto i polacchi a lamentarsi del comportamento degli
italiani, accusandoli di essere filo-tedeschi, al punto da indurre il colonnello Salvioni
nell'agosto del 1921, a presentare una protesta contro le accuse, infondate, nei
confronti dei nostri soldati, seguita, il 18 settembre, da una lettera che, per smentire
le accuse di parzialità, segnalava ben 17 episodi di protezione accordata ad elementi
polacchi di Cosel e Ratibor nei quattro mesi precedenti.
D'altra parte era anche ovvio che i polacchi protestassero contro i nostri per
un atteggiamento che risultava filo-tedesco ai loro occhi, abituati com'erano
all'aperto e sfacciato favore dimostrato loro dai francesi, i cui soldati, a volte,
partecipavano alle manifestazioni politiche polacche, di conseguenza nelle poche

