Page 312 - Momenti della vita di guerra - Dai diari e dalle lettere dei caduti
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Gli umili 263
e gli donammo più di 40 lire dicendogli «Va pure a casa tranquillo, noi non andiamo
ancora in Italia, ma per intanto restiamo ancora qui nella tua patria…»
Fra i più colti suscitò un moto di sdegno (e lo Spitzer ne reca documenti) un’invet-
tiva che il D’Annunzio scagliava contro i prigionieri. Fra le numerose contumelie di
ricambio trovo una ritorsione efficacie. Il poeta interdiceva la gloria ai prigionieri. «…
sappia quel signore che noi non abbiamo combattuto per la nostra gloria ma per quella
d’Italia» . Forse non si poteva fermare meglio il fastidio di molti e valorosissimi com-
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battenti per la propaganda dannunziana imperniata sull’amore estetizzante della guerra.
Sullo sfondo triste e doloroso delle corrispondenze di prigionia qualche nota gaia
e comica. Di solito son le lettere di quei prigionieri che venivano adibiti ai lavori
agricoli, sopra tutto in Ungheria. Finivano ad entrare nelle famiglie rurali; godevano
del relativo benessere che nella miseria generale i contadini anche nell’impero ritaglia-
vano per sè; surrogavano presso le ragazze compiacenti i giovani del paese partiti per
la guerra. Qualcuno si trovava così bene che pensava a restarvi anche dopo la pace.
Una lettera ci narra un episodio degno d’una novella del Maupassant. Uno di questi
prigionieri vien sorpreso in affettuoso colloquio dal padre della ragazza, un ricco
contadino d’Ungheria. Per un momento egli teme lo scatenarsi d’una tempesta. Ma il
contadino ha altro per il capo: per la diversità di linguaggio non può utilizzare bene
le squadre dei prigionieri. Notando che il giovinotto si fa intender dalla ragazza con
un po’ di tedesco appreso anni avanti durante l’emigrazione temporanea, ha la felice
ispirazione di servirsi di lui come interprete e factotum. All’intraprendente giovane la
prigionia si trasforma in un Bengodi .
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Così balena questo piccolo mondo italiano in guerra nella raccolta dello Spitzer. La
misura del valore di questi documenti di vita popolana e contadinesca l’abbiamo nel
fatto stesso che il censore austriaco se ne fece raccoglitore e illustratore. E non esitava,
egli, il poliglotta che controllava le corrispondenze non solo dei prigionieri d’altra na-
zionalità ma delle nazioni stesse dell’impero, a riconoscere nei figli della nemica Italia
superiorità morale di costumi e gentilezza d’animo in confronto con gli altri popoli.
Occorrerebbe che alla raccolta e allo studio di questi labilissimi documenti qualche
nostro studioso si dedicasse con passione e insieme disinteressato amore di verità.

