Page 377 - Il Mediterraneo quale elemento del Potere Marittimo - Atti 16-18 settembre 1996
P. 377

IL  QUADRO  STRATEGICO  DEL  MEDITERRANEO  UNITÀ  O  FRAMMENTAZIONE    363

       maggiore coordinamento tra i vari aspetti, militari, politici ed economici, della ge-
       stione delle crisi, oltre ad accentuare pericolosamente l'eventuale frattura tra paesi
       del Sud Europa occidentali ed orientali, con conseguenze di medio e lungo termine
       certo  non  positive.
           In termini più generali  possiamo notare come la  frammentazione del teatro
       strategico mediterraneo accentui la tensione esistente tra i due approcci (terrestre
       e navalistico) da noi indicati all'inizio, comportando la possibilità che l'evoluzione
       delle  pianificazioni militari dei paesi della  NATO vadano anch'esse in direzioni
       opposte, togliendo risorse complessive per il controllo dell'area ed accrescendo le
       difficoltà  di  integrazione  operativa delle  Forze.
            Per quel che riguarda la gestione delle crisi, una frammentazione dell'approc-
       cio strategico militare sembra altresì in contraddizione con l'approccio impostato
       a  Barcellona  dall'DE,  nei  confronti  dell'insieme  del  Mediterraneo.  Ciò  potrebbe
       accentuare l'incomprensione e la divaricazione di  visioni strategiche non solo  tra
       NATO e UE,  ma anche tra USA e UE,  rafforzando alcune tendenze negative già
       in atto. Inoltre può facilmente portare a so~ovalutare i collegamenti tra le diverse
       crisi e soprattutto alimentare una tendenza al disimpegno politico o militare delle
       potenze non direttamente impegnate nella sub-area strategica in cui la crisi si svol-
       ge,  accentuando la divaricazione delle diverse percezioni e priorità nazionali.  Po-
       trebbe in particolare accrescere la distanza tra l'Europa e il Mediterraneo orientale,
       riducendo le possibilità di burden-sharing e di coordinamento politico transatlan-
       tico ed accentuando di  converso l'importanza della sola  direttrice centro-europea
       nel  discorso  strategico  europeo.
           Infine,  da  un  punto  di  vista  sociale  e culturale,  aggiungerebbe  un'ulteriore
       divisione strategica  a  quelle già esistenti  tra i cattolici da un lato gli  ortodossi  e
       i mussulmani dall'altro, alimentando così fenomeni negativi di contrasto ideologico.
            In conclusione, la politica mediterranea deve tenere nel massimo conto la  di-
       versità e le  specificità delle singole crisi,  ma non può ignorare la  necessità di un
       approccio strategico unitario, sia perché questo risponde all'obiettivo di ottimizza-
       re gli interventi e di contrastare una moltiplicazione spontanea dei fattori di con-
       trasto, sia soprattutto perché un tale approccio unitario è anche l'unico che può
       garantire la coerenza e la concentrazione degli sforzi tra i maggiori attori presenti
       nell'area. La stessa molteplicità di tali attori e la diversificazione delle competenze
       tra UE, NATO ed altri organismi internazionali di gestione è di per sé un fattore
       di debolezza e di frammentazione, che può gravemente ostacolare, come si è visto
       in questi anni in Bosnia, l'efficacia delle iniziative di crisis management. È difficile se
       non impossibile che tali diversificazioni vengano eliminate: gli stessi accordi di Day-
       ton hanno visto una sin troppo netta separazione tra autorità civili e autorità mili-
       tari responsabili dell'attuazione del processo di pace di ricostruzione. È opportuno
       non alimentare ulteriormente questa debolezza strutturale del sistema occidentale.
   372   373   374   375   376   377   378   379   380   381   382