Page 97 - Il Mediterraneo quale elemento del Potere Marittimo - Atti 16-18 settembre 1996
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NASCITA E AFFERMAZIONE DEL POTERE MARITIIMO DI ROMA 83
ellenico. Innanzi tutto dovremmo chiederci come mai i Romani stessi consideraro-
no autentici Romani il campano Nevio, l'apulo Ennio, il reatino Varrone, l'arpinate
Cicerone e poi perfino i transpadani Virgilio e Tito Livio, mentre a noi tocca subire
questo barbarico snobismo che non sa trattenersi dall·arricciare il naso nell'appren-
dere che le vele di una nave romana vennero sciolte anche da qualche marinaio
proveniente da Anzio, o da Terracina, o dalla Campania. E lo stesso ragionamento
va esteso, nel periodo dell'Impero, ai marinai provenienti da qualsiasi parte del
Mediterraneo, le cui sponde furono romanizzate senza alcuna preclusione, visto
che ebbero un·origine non italiana perfino molti imperatori di Roma (fra quelli
di prima grandezza: Traiano dalla Spagna, Settimio Severo dall·Mrica e Dioclezia-
·no dalla Dalmazia). Dovremmo poi ricordarci che i comandanti delle flotte furono
tutti Romani, e non risulta ch'essi abbiano mai delegato le decisioni di propria
competenza; anzi, abbiamo perfino visto Lucullo, alla testa di una flotta intera-
mente procuratagli dagli alleati, impartire non solo ordini tattici, ma anche ordini
di manovra, all'espertissimo comandante rodio della nave radia ov' era imban:ato.
Infine, dobbiamo rammentare che le decisioni, a livello strategico, sulla gestione
del potere marittimo risalivano necessariamente al massimo livello politico di Roma:
ai consoli e, soprattutto, al Senato. Dobbiamo quindi concluderne che l'utilizzo
del mare e del pot~e marittimo era indiscutibilmente soggetto ad una volontà esclusi-
vamente romana; allo stesso modo, tutto romano era l'impulso per lo sviluppo dei
traffici commerciali marittimi, tipicamente romano era il pragmatico sfruttamen-
to di ogni possibilità di trasporto navale, assolutamente romana era l'inventiva e
la concreta capacità realizzauice di imponenti opere marittime (costruzione di gran-
diosi por;i artificiali, scavo di canali navigabili, creazione ~i una vera e prÒpria
rete di fari sistemati sui punti più cospicui delle coste mediterranee ed oceaniche,
impianto di parchi marini e di estesi complessi di vasche per l'allevamento dei pe-
sci, ecc.), squisitamente romana era la voglia di godere della bellezza e delle piace-
volezze del mare costruendosi le ville quanto più possibile vicine alla riva, lungo
le coste delle regioni più amene o nell'incantata tranquillità delle isole. Se questa
non è conoscenza, confidenza ed amore per il mare, non sapremmo di che altro
potrebbe trattarsi. Detto questo, possiamo senz·altro adottare il parere espresso
da Michel Reddé, che non esita a classificare quei pregiudizi come dei «clichéJ, dont
la fausseté est éclatante» (95).
La nascita del potere marittimo di Roma, come abbiamo visto, non derivò da
ambizioni egemoniche (pa.lesi presso le maggiori monarchie ellenistiche, come Ma-
cedonia, Ponto, Siria ed Egitto) ma da esigenze primigenie di mera sopravvivenza:
i Romani compresero molto presto che la loro sicurezza dipendeva strettamente
dalla possibilità di navigare, al fine di assicurare l'afflusso dei rifornimenti vitali
e di mantenere il controllo delle coste e delle acque d'interesse. Il potere marittimo
rappresentò quindi, per essi, una necessità, così come venne indicato, con effica-
cissima sintesi, dal celeberrimo «navigare necesse est» di Pompeo Magno. Per la sicu-
rezza delle coste (quelle soggette alla .propria sovranità e quelle delle popolazioni

