Page 170 - L'italia del dopoguerra - Il Trattato di pace con l'Italia - Atti 10-12 ottobre 1996
P. 170
LA MARINA DEL TRATTATO DI PACE 159
Durante il periodo della cobelligeranza la Marina iniziò i preparativi per
combattere la battaglia della pace. Infatti, fin dai primi del novembre del
1944, era stato elaborato, e successivamente trasmesso al Ministero degli
Esteri ed allo Stato Maggiore Generale, un memoriale sull'argomento "Il
confine orientale italiano". Tale documento era stato preparato per orientare
gli organi politici che avrebbero dovuto rappresentare e difendere i punti di
vista nazionali nelle future trattative e conteneva un apprezzamento di situa-
zione sul teatro adriatico elaborato sulla base delle esperienze maturate nel
periodo bellico ed elencava tre punti sui quali la Marina riteneva non si
dovesse in alcun modo transigere.
La sicurezza nazionale esigeva, sosteneva in sintesi il documento, la
conservazione dell'Istria con Pala e le isole di Lussino e Cherso, la smilita-
rizzazione della base navale di Cattaro e l'indipendenza dell'Albania. Dal
punto di vista strategico le motivazioni addotte a suffragio di queste tesi
erano ineccepibili. Molto meno valide risultavano sul piano politico. Sui ter-
ritori istriani gravavano, in particolare, i debiti contratti dall'espansionismo
italiano del passato e vi era ora l'occasione che, sulla base della guerra persa
dall'Italia e vinta dalla Jugoslavia, questi territori venissero reclamati, e con
gli interessi.
Nel marzo del 1945, avendo avuto sentore che lo Stato Maggiore
Generale era orientato a considerare positivamente, come linea di confine tra
Italia e Jugoslavia, la linea Wilson, la Marina ritenne necessario ribadire il
proprio punto di vista con un nuovo memoriale che affermava: "È bene met-
tere in chiaro che il solo possesso dell'lstria e di Cherso e Lussino non è sufficien-
te, data la configurazione della sponda orientale dell'Adriatico e l'intricatissimo
sistema di isole che la protegge, ad assicurarci una situazione strategica domi-
nante od anche solo vantaggiosa in Adriatico: ma tale possesso è assolutamente
indispensabile per garantirci una certa sicurezza almeno nell'Alto Adriatico e per
consentirci di opporci ad ogni tentativo di sbarco sulle spiagge del Veneto e
dell'Emilia. Tale possesso ovviamente non avrebbe però alcun valore se la linea
di confine passasse ad una distanza tale da quelle basi da permettere l'eventuale
diretta offesa da parte della Nazione confinante, o addirittura la loro occupazio-
ne con un colpo di mano all'inizio delle ostilità".
Quanto alle dimensioni della flotta, la Marina affermò il diritto
dell'Italia ad una forza navale di autodifesa indicativamente consistente in
40 000 uomini ed in 250 000 tonnellate di naviglio. Si suggeriva di sostenere
queste tesi sulla base di motivazioni etiche: "Dopo ventidue mesi di piena col-
laborazione della flotta italiana con gli alleati è inconcepibile che questa non sia
mantenuta integralmente in vita". Queste richieste venivano suffragare anche
da considerazioni di carattere strategico basate sulla situazione che si andava

