Page 173 - L'italia del dopoguerra - Il Trattato di pace con l'Italia - Atti 10-12 ottobre 1996
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                considerata  "bottino di  guerra",  e  sottolineava  inoltre  l'insufficiente  consi-
                stenza  di  22.500  uomini per il  personale  della  Marina.  Fu inoltre  tenace-
                mente  tentato  di  migliorare  la  situazione  mediante  contatti  diretti  con  i
                responsabili delle Marine delle quattro maggiori Potenze.
                    Nel  mese  di  luglio  i  Ministri  degli  Esteri  lavorarono alla  redazione del
                trattato di pace ed il  23  dello stesso mese le carte furono messe in tavola ed il
                progetto del trattato, destinato ad essere presentato il29 luglio alla Conferenza
                dei  Ventuno,  fu  passato  agli  organi  della  pubblica  informazione.  Nessuna
                delle  considerazioni  e  delle  esigenze  riguardanti  le  clausole  navali  rappre-
                sentate dalla  Marina era  stata  recepita  nel  testo.  Cammiraglio de  Courten,
                dopo una lunga riunione del Comitato Supremo della Marina presentò una
                lettera  di  dimissioni  al  Ministro della Marina, onorevole Micheli,  motivata
                "da una profonda ragione di indignazione e dolore" ma anche dalla possibi-
                lità che questo gesto potesse ottenere qualche modifica alle dure clausole del
                trattato. Pur apprezzandone i moventi ed i fini, il Governo respinse le dimis-
                sioni del Capo di Stato Maggiore.
                    Quali erano le clausole del progetto del trattato di pace che avevano rife-
                rimento con il  problema marittimo dell'Italia, che avevano sollevato l'indi-
                gnazione nella Marina e nella Nazione?
                    Per  quanto  riguardava  le  frontiere  marittime  dell'Adriatico  la  nuova
                linea di confine con la Jugoslavia correva poco ad oriente dell'Isonzo, con la
                conseguente perdita di tutta l' !stria, delle isole di Cherso, Lussino, Lago sta e
                Pelagosa ed aveva sostanzialmente riportato i confini italiani al  1866. Inoltre,
                il  divieto  di  stabilire  nuove  basi  ed  installazioni  navali  permanenti,  o  di
                estendere quelle esistenti, nella zona costiera della profondità di 15 chilome-
                tri compresa fra  la nuova frontiera e le bocche del Po e nella penisola salen-
                tina ad est del meridiano passante circa a metà fra Taranto e Brindisi, impli-
                cava  l'impossibilità  di  difendere  le  coste  adriatiche  da  azioni  offensive.
                Veniva valutato che un'eventuale coalizione di Stati in possesso delle basi di
                Pola, Sebenico, Cattaro e Valona avrebbe potuto sfruttare le favorevoli carat-
                teristiche morfologiche della costa e dell'arcipelago dalmata, mentre l'Italia
                sarebbe stata costretta ad appoggiare le insufficienti forze navali del trattato,
                alle uniche basi di Venezia e di Brindisi, enormemente distanti fra loro e per
                sovrappiù vincolate entrambe all'imposizione di  non migliorarne le  condi-
                zioni di efficienza. In tale situazione risultava evidente l'impossibilità della
                Marina di difendere le coste adriatiche da attacchi dal mare, nonché di pro-
                teggere il traffico marittimo lungo le coste stesse.
                    La situazione delle frontiere marittime del Tirreno era ancora peggiore.
                Vi  erano gli  stessi  divieti  e  restrizioni  previste  per le  basi  e  le  installazioni
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