Page 56 - L'italia del dopoguerra - Il Trattato di pace con l'Italia - Atti 10-12 ottobre 1996
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46 ALDO A. MOLA
ammettere che lo spirito del Documento di Quebec, della lontana estate
1943, e dell'accordo Cunningham-De Courten su destinazione e impiego
della flotta italiana nel seguito del conflitto, apparteneva al passato remoto
mentre ora ogni richiesta di Roma di ridimensionare la portata duramente
punitiva degli armistizi del3 e 29 settembre 1943 veniva accolta "con irrita-
zione" soprattutto a Londra, malgrado gli encomiabili sforzi dell'ambascia-
tore Niccolò Carandini (morto a Como nel 1995), accreditato presso la
Corte di San Giacomo sin dal novembre 1944 dopo un'esperienza nel gover-
no di Ivanoe Bonomi e quindi considerato un sicuro rappresentante del
cammino italiano verso la democrazia e un amico degli Inglesi. È giocofor-
za ammettere che il punto di vista italiano - riassunto nella formula della
"pace giusta" usata dal primo presidente del consiglio postbellico, Ferruccio
Parri, e poi sistematicamente ripresa sia da De Gasperi sia dalla diplomazia
italiana, compresi il già ricordato Carandini, Meli Lupi di Soragna e Tom-
maso Gallarati Scotti, a sua volta destinato a Londra dall'ottobre 194 7 alla
fine dell951- non trovava corrispondenza con quello britannico. Ben inte-
so, questo non significa che Londra volesse una "pace ingiusta". Ancora
prima che la guerra iniziasse e quindi quando l'intervento dell'Italia dellO
giugno 1940 divenisse realtà, in Gran Bretagna era maturata la consapevo-
lezza che fosse davvero difficile scongiurare un nuovo terribile conflitto (a
differenza di quanto sperato da Neville Chamberlain e da lord Halifax) e
che la nuova guerra avrebbe avuto un senso se fosse sfociata, infine, in un
equilibrio mondiale veramente solido: obiettivo, questo, raggiungibile con l'e-
videnziatore dei rapporti di forza tra vincitori e vinti ma anche con la limi-
tazione delle ragioni di attriti.
Nel corso della guerra, una parte decisiva dell'opinione inglese avvertì
il mutamento profondo e reversibile avvenuto nel Mediterraneo e ne trasse
tutte le conseguenze per renderlo definitivo, in modo da poter contare, in
futuro, su uno scenario più agevolmente governabile. Le trasformazioni di
fondo riguardavano anzitutto la fine - o necessità di mettere fine - di ogni
ulteriore ambizione imperialistica del governo di Roma. Il ruolo esercitato
dall'Italia da/1878 a/1938 era cancellato per sempre. Di più: veniva meno la
funzione stessa che la diplomazia britannica aveva attribuito alla unifica-
zione nazionale italiana, scaturita da un processo che aveva veduto Londra
impegnata in prima fila a fianco della dirigenza liberale e unitaria italiana,
cui venne conferito un compito significativo nel quadro del declino
dell'Impero Ottomano e contro la temuta espansione degl'Imperi Centrali e
dell'Impero russo verso i Balcani e il Mediterraneo, nonché una funzione
ora complementare ora di supplenza nella spartizione coloniale dell'Africa.

