Page 233 - II Convegno Nazionale di Storia Militare - Atti 28-29 ottobre 1999
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PROFETI  INASCOLTATI  E "MAITRES À PENSER": ...                        223

         civili,  quel  confronto  libero,  aperto  e  costruttivo  tra  esperienze,  formazioni  e  ap-
         procci  diversi,  dal  quale  non  può derivarne  che  un  grande  beneficio  e  arricchi-
         mento sia per i protagonisti che per la  storia e  la cultura nazionali.
             Ciò non significa, però, che non possa e non debba essere fatto dall'Istituzione
         militare un vasto sforzo interno, sia per diffondere maggiormente all'esterno un
         cospicuo e  prezioso patrimonio culturale,  sia per avvicinare gli stessi Quadri al-
         la storia,  rendendo la figura  del militare  storico - e  anche del militare studioso
         di strategia teorica - un po'  meno rara  di quello  che  è  oggi.  Tocca  infatti  agli
         stessi  militari,  ancor prima  che agli  altri,  riappropriarsi  di  una  memoria  storica
         alla  quale la guerra fredda  ha inferto fieri  colpi.
             Deve essere ben chiaro:  nemmeno in questo campo sono necessarie rivo-
         luzioni copernicane:  si  tratta semplicemente di  introdurre  dei mutamenti che in
         buona sostanza non sono che un ritorno  al  passato.  Ad  esempio a  fine  secolo
        XIX  funzionavano  ben 21  biblioteche  militari  di  presidio (che  oggi  in  massima
         parte non esistono più), Ol 2 )  l'incarico di  insegnare materie militari (e non solo
         la  storia militare) era assegnato per concorso,  e  anche la  direzione delle  princi-
         pali biblioteche militari era ritenuta un incarico di prestigio riservato agli ufficiali
         più  colti  (nel  1906  la  biblioteca  militare  centrale  era  diretta  dal  tenente  colon-
         nello- poi generale- Alberto Cavacciocchi,  eminente storico militare) Cl13).
             A poco servono, comunque, le critiche alle angustie della storia militare nel-
         la guerra fredda,  che dopo tutto appartiene al passato. In fondo,  oggi non man-
         ca qualche motivo per guardare al futuro  con un certo grado di fiducia.  La  fine
         della  guerra  fredda  ha  costretto  anche l'Italia  a  guardare  con maggiore  obietti-
        vità  dentro sé  stessa,  a  contare  prima  di tutto  su  sé  stessa,  a  cominciare  final-
         mente a fare qualche conto spassionato con il proprio passato. Proprio dal continuo
         confronto, specie in ambito europeo, con altre  Nazioni il cui spirito nazionale-
         se ne vedono i positivi riflessi pratici- è  più saldo, sembra finalmente farsi stra-
         da,  in Italia,  l'esigenza di acquistare  una maggiore  coscienza e  memoria storica
         nazionale, evitando di confondere - come spesso si è fatto finora - Nazione con
         nazionalismo, e  con quel "militarismo" che è  peraltro del tutto estraneo alla au-
         tentica  tradizione  militare italiana.  Né  può sfuggire che l'attuale  quadro interno
         e  internazionale ha portato,  se non altro,  gli  intellettuali ad accantonare il mito
         dello Stato disarmato,  rivalutare il ruolo delle Forze Armate,  a  non confonderne
         più l'immagine con quella della guerra e  delle sue rovine.
             Ne  deriva  che  anche per la  storia  militare  nazionale - e  in  genere,  per la
         cultura militare  nazionale - oggi la situazione è  diversa e  più favorevole  rispetto
         a quella della guerra fredda.  Le cose militari non sono più considerate come coin-
         cidenti con la cultura e la storia della guerra; e di fronte alle sfide odierne e all'in-
         ternazionalizzazione  della  problematica  militare,  vale  anche  per esse  quanto  si
         legge nell"'Enciclopedia delle Scienze Sociali"  a  proposito di teorie della storia:
             la pluralità delle culture e del loro processo storico non comporta neces-
             sariamente l'abbandono  della  nozione di  "storia",  ma piuttosto la  sua
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