Page 228 - II Convegno Nazionale di Storia Militare - Atti 28-29 ottobre 1999
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- quasi inesistenti? ciò è forse avvenuto perché i Comandi (o i soldati) erano
"cattivi" nella prima guerra mondiale, e più "buoni" nella seconda? e che cosa è
avvenuto, negli stessi periodi, in altri eserciti?
Quando Ilari identifica l'origine della storia militare nei Dep6ts de la guerre
e marine francesi di fine secolo XVII (raccolta di documenti, dati statistici e geo-
grafici e informazioni di vario genere, anche non strettamente militari, sui Paesi
stranieri che avrebbe rappresentato quello che è oggi il lavoro dell'intelligence)
non fa che confermare l'origine utilitaristica della storia militare, diversamente da
altre "storie", nata non per un impulso culturale e teorico a sé stante ma per ben
precise finalità pratiche. Nata, dunque, fuori dagli atenei e dai cenacoli dei dotti,
come base concreta per il ben operare politico-militare. Non per nulla i custodi
e i primi utilizzatori dei Dep6ts sono stati i Ministeri e/o il Corpo di Stato Maggiore ...
Dalla seconda metà del secolo XVIII in poi (penso all'Enciclopedia Francese
e ai grandi teorici militari francesi dell'epoca, Guibert, Puysegur, Folard ... ) si è ve-
rificato, però, il passaggio dalla storia militare come base per l'azione, alla storia
militare come guida per l'azione, mediante interpretazione dei dati stessi. Passaggio
sostanzialmente dovuto- come già accennato- al tentativo diJomini e dell'Arciduca
Carlo di razionalizzare la guerra, secondo una metodica tipicamente illuminista.
In fondo lo stesso Clausewitz- come gli contesta Jomini- non si sottrae affatto
al fascino dell' exemplum historicum, pur riconoscendone la portata; in fondo egli
tributa generosi omaggi (decisamente più di Jomini) al modello napoleonico, in
tal modo vincolando anch'egli il suo pensiero alla storia. Senza contare che, pre-
tendendo dalla strategia la capacità di finalizzare i singoli combattimenti allo sco-
po della guerra, Clausewitz di fatto la presenta come una sorta di gabbia
razionalizzante che dovrebbe racchiudere la guerra stessa, per altro verso da lui
presentata come regno dell'imprevisto e dell'incommensurabile.
Nelle Forze Armate delle principali Nazioni il concetto della storia militare
come guida per il bene operare e come strumento di formazione anche morale
dei Quadri con exempla edificanti è durato fino all'ultima guerra mondiale, por-
tando in sé una contraddizione latente. Da un lato i famosi, immutabili principi
della guerra e della strategia - diversi da Forza Armata a Forza Armata e da
Nazione a Nazione - erano basati su una valutazione sempre soggettiva di dati
d'esperienza storica e fattori strettamente tecnico-militari, nei quali il modello na-
poleonico aveva sempre un ruolo centrale; dall'altro, fin dalla prima metà del
secolo XIX (e anche in questo facendo riferimento alle guerre napoleoniche) si
ammetteva che i criteri strategici e ordinativi ai quali si ispiravano le istituzioni
militari dovevano tener conto dei fattori politico-sociali, cosa che non poteva
non sminuire la validità dei "principi" stessi, che in quanto basati su elementi
tecnico-militari tali fattori ignoravano.
Comunque, nessuno fino all'ultima guerra ha messo seriamente in discussio-
ne il fatto che lo studio della storia militare, in quanto strumento primario per la ·
formazione dei Quadri e loro guida, dovesse essere riservato essenzialmente ai mi-
litari. Ne è derivato un concetto angusto e eccessivamente specialistico della storia

