Page 232 - II Convegno Nazionale di Storia Militare - Atti 28-29 ottobre 1999
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pure, così prestigioso e popolare, non solo in Prussia ma nell'intera Germania?
le vittorie di Napoleone si possono spiegare solo col suo genio; d) a sua volta,
lo storico delle idee deve guardarsi dal cadere nell'astrazione, trascurando il le-
game che deve intercorrere tra pensiero e azione, tra l'ideale e il possibile. Gli
eventi, i provvedimenti e decisioni che li determinano, i loro riflessi, la perso-
nalità dei protagonisti principali, i caratteri degli strumenti militari devono esse-
re sullo sfondo della sua indagine, pena la perdita di corrette chiavi di lettura
per i testi. Chi misurerebbe a cogliere l'esatto significato, le sfumature di una
teoria o dottrina, se ignorasse tutti gli indispensabili elementi di contorno, di
comparazione e di verifica? se non tenesse conto di contrapposte correnti di pen-
siero? come capire bene Machiavelli senza conoscere i suoi tempi, e senza aver
letto ciò che scrive contro di lui Federico II di Prussia?
Quanto abbiamo detto è più che sufficiente per indicare, verificando e
prendendo come riferimento gli indirizzi dettati dal Congresso del 1969, come
debba essere una buona storia militare. Basti sottolineare ancora la necessità di
un approccio interforze e comparativo, di una reciproca compensazione e inte-
grazione tra historie-bataille e storia delle idee, di un concetto di storia militare
non isolato dal contesto politico-sociale e sempre attento al "nocciolo duro" del
pensiero strategico. Dopo tutto, dando per scontate la "laicità" dello storico e al
tempo stesso la soggettività del suo contributo, si tratta di obiettivi relativamen-
te semplici ma proprio per questo tutt'altro che facili da raggiungere. Esattamente
come è sempre avvenuto per i famosi, immutabili principi: banali e tautologici
fin che si vuole, ma la cui applicazione - o non applicazione - nella realtà ope-
rativa è sempre stata la sola a dare la misura della capacità di una leadership mi-
litare, così come è solo la concreta applicazione dei criteri prima indicati a dare
la misura del valore di uno storico e della valenza dei singoli giudizi.
Il vero problema è però un altro. L'affermazione o riaffermazione di un sa-
no concetto di storia militare, la sua auspicabile diffusione (all'interno delle Forze
Armate, nelle università negli istituti di ricerca, tra gli studiosi), sono legate a una
condizione preliminare ineludibile: il recupero dell'importanza della cultura mi-
litare - di fatto negata nel dopoguerra - e il suo ingresso con tutti gli onori, nel-
la cultura e nella cultura politica nazionale, che finora l'ha emarginata a torto
confondendola con la cultura della guerra e ancor più a torto contrapponendo-
la alla cultura della pace (come se guerra e pace non fossero due facce della
stessa medaglia, con comuni radici nella società).
Solo collocando la cultura militare al posto che le spetta in una Nazione de-
mocratica sarà possibile ristabilire - sia pure con forme, metodiche, modalità di-
verse- quel legame tra storia e arte militare, che per la prima volta è stato (bruscamente
e non del tutto a ragione) interrotto dalla guerra fredda. Solo a questa condizione
i militari italiani potranno tornare a studiare proficuamente la storia, a scrivere di
storia, a ben insegnarla e apprenderla nelle scuole, e al tempo stesso realizzando
quel benefico "cameratismo scientifico" fra militari storici e studiosi accademici o

