Page 263 - II Convegno Nazionale di Storia Militare - Atti 28-29 ottobre 1999
P. 263
TAVOLA ROTONDA: BILANCIO E PROSPETTIVE 253
americano, un tedesco o del Principato di Monaco che gode tanto a sparlare con
gli altri di sé?
Non si può dare torto a Sergio Romano quando scrive che oggi "molti si
sbarazzano della patria come di un oggetto inutile e ingombrante l'orgoglio che
ogni uomo prova nell'identificarsi con la propria patria viene rovesciato nel suo
contrario". Di questa tendenza, a cui oggi si vorrebbe porre tardivamente rime-
dio, non poca responsabilità la si può dare alla strumentalizzazione della storia,
e soprattutto di quella militare. Ma quanti e quali storici militari hanno voluto al-
lora procedere in controtendenza?
In questa manipolazione della storia, seppure abbiano primeggiato la sini-
stra e il movimentismo cattolico, non è stato da meno il qualunquismo compli-
ce della società civile, portata a fare i suoi comodi e indifferente alla crisi dello
stato, della nazione e delle sue istituzioni. Non pochi fra loro si sono peraltro
prodigati a coltivare le nostalgie più bislacche celebrando commossi Francesco
Giuseppe, i Borbone, i papalini morti a Porta Pia, i banditi calabresi contro le
truppe italiane e quant'altro serva a contestare l'Italia unita. La nascita della Lega
in chiave antitaliana non è che la logica conseguenza degli sforzi, da chiunque
e comunque, compiuti per privare gli italiani dell'unità nazionale. E la storia,
mentre questo succedeva, dov'era?
Secondo autorevoli esponenti del cinema un film non ostile sulle forze ar-
mate italiane non era possibile farlo. In sua vece è stata proposta l'apoteosi del
soldato codardo e cialtrone, con una pletora ininterrotta di films a sostenerla.
Avrebbe vinto l'Oscar un film come "Mediterraneo" se non avesse proposto alla
platea hollywoodiana il buonismo straccione del soldato italiano? Oggi si ricono-
sce (A. Lepre, Corriere della Sera sett. 99) che dell'opportunità di trattare seria-
mente le nostre guerre "i nostri registi non se ne sono accorti o non hanno voluto
accorgersene" ma sono ancora in pochissimi a farlo. Peraltro, non può cambiare
la cultura dei media, senza una storia militare seria e attendibile che li solleciti.
La dissociazione fra forze armate e paese, che deriva anche da questo, si
vede. Le forze armate sono oggi viste con più simpatia, hanno acquistato più vi-
sibilità e credibilità non grazie alla cultura e alla politica ma con le loro sudate
prestazioni oltreconfine e oltremare. Ma è un consenso instabile e fragile. Basta
un qualsiasi scandalo, anche piccolo per rovesciare su loro ondate di disprezzo
e dileggio. La crisi della domanda di volontari militari deriva anche dal fatto che
le forze armate non sono rientrate nella coscienza del paese dalla porta princi-
pale della storia ma solo e precariamente da quella di servizio della cronaca.
Oggi si blandiscono le forze armate a parole come manovalanza utile quan-
do fa comodo per dare lustro a uno stato che altrimenti ne avrebbe ben poco.
Quanto ai cittadini, che le hanno riscoperte da poco, se oggi fanno il tifo per
loro è perché le considerano alla stregua di squadre di calcio impegnate in un
campionato. Finché fanno bella figura, gli applausi non mancano ma, appena
sbagliano, segue puntuale lo scorno. Consapevoli di questa precarietà di rap-
porti, che è tutta e soprattutto italiana, le istituzioni militari sono sempre più

