Page 270 - II Convegno Nazionale di Storia Militare - Atti 28-29 ottobre 1999
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                  Allora  mi  auguro  che  alcune  eccessività  possano  venir corrette,  senza  as-
             solutamente  negare  o  minimizzare  o  alterare  i dati  di fatto,  nelle future  pubbli-
             cazioni  ufficiali  sulle  questioni  Libia  ed Etiopia.  Anche  perché la  totale  assenza
             di  critica  nei  confronti  dei  nostri  avversari  e  l'incondizionata  accettazione  delle
             loro versioni  non mi  sembrano sempre ben collocate.
                  Solo  qualche  esempio.
                  Sappiamo  bene  che  la  frase  conclusiva  della  repressione  della  rivolta  se-
             nussita  in Cirenaica ebbe luogo con il governatorato di  Badoglio (1929-1933),  il
             quale,  con il  pieno assenso di Mussolini e  del ministro delle Colonie,  non esitò
             a  ricorrerre ad un sistema drastico per stroncare una volta  per tutte  la  guerriglia
             sul  Gebel  cirenaica.  Fece  il  vuoto  attorno  ad  Ornar  el-Muktar  sgomberando  il
             Gebel  di  tutte  le  genti  (circa  80  mila  persone)  che  vi  circolavano  e  raccoglien-
             dole in campi di  concentramento ben sorvegliati  nella fascia  costiera.  Anche se
             l'intenzione non era quella di eliminare queste popolazioni, anche se furono pre-
             si  provvedimenti  per "organizzare"  sempre meglio detti  campi,  è  facile  immagi-
             nare  quale  potesse  risultare  la  vita  di  nomadi  e  seminomadi  posti  di  colpo  in
             una sedentarietà coatta in ambito ristretto.
                  La  maggior parte degli studiosi che hanno toccato l'argomento si sono espres-
             si  con una veemente condanna, parlando tout court di infamie e  di atrocità  italia-
             ne.  A  parte  il  fatto  che  gli  stessi  non  hanno  speso  una  parola  sulla  sanguinosa
             evacuazione del Gebel tripolitano imposta dagli arabi ai circa 30 mila berberi nell'ot-
             tobre 1921, spinti senza misericordia verso le nostre posizioni costiere, il solo Rochat
             ha esaminato  con freddezza  la  repressione  in Cirenaica  distinguendo  nettamente
             la valutazione dell'aspetto tecnico-militare  dal  giudizio sul piano umano.
                  È verissima la sostanziale indifferenza internazionale per le sorti della Senussia,
             tuttavia  ricordiamo  che  Gheddafi,  da  buon beduino  tripolitano,  non  risulta  ab-
             bia espresso rammarico  per la Senussia  in  quanto tale - non per nulla  nel  1969
             rovesciò  Mohammed  Idris,  Gran  Senusso,  divenuto  re  della  Libia  nel  1951  -
             ed aggiungiamo  che quando Andreotti gli  domandò,  con fare  sornione,  perché
             nelle sue richieste  di  risarcimento si  fermasse  al  1911  e  non risalisse  oltre,  chie-
             dendo ai turchi di rispondere per quanto avvenuto sotto la Mezzaluna, Gheddafi
             scivolò  d'ala  (2).
                  Nulla  da eccepire sull'accusa di  aggressione italiana all'Etiopia  nel  1935.  Le
             critiche  sono  più  che  giuste,  sul  piano storico  perché rivolte  ad un  tardo  colo-
             nialismo  e  sul  piano  internazionale  perché  trattavasi  di  due  Paesi  che  avevano
             accettato il Protocollo  della Società delle  Nazioni.  Ma  perché sorvolare sull'ege-
             monia  imperialista  etiopica  nei  confronti  dell'Eritrea,  che è  riuscita  ad acquista-
             re l'indipendenza dopo quasi venti anni di guerra di  liberazione,  e  nei confronti
             dell'Ogaden?
                  E viene naturale una domanda. Se  noi siamo stati tanto "cattivi",  come mai,
             dopo  la  seconda  Guerra  Mondiale,  i  nostri  connazionali  rimasti  in  Libia  ed  in
             Etiopia non sono stati sottoposti ad angherie o cacciati sotto re Idris o sotto Hailé
             Selassié,  ed invece  lo  sono stati sotto i successivi  regimi?
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