Page 110 - Le Forze Armate e la nazione italiana (1861-1914) - Atti 24-25 settembre 2002
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            reparto,  di  una  "società  militare"  (peggio  ancora,  di  un'alleanza tra  soldati  e  ci-
            vili),  al  di  fuori  del  controllo dei  superiori".  Ciononostante - prosegue Rochat -
            l'immagine  ufficiale,  che  è  il  frutto  della  "retorica  dell'Italia  liberale ...  ebbe  un
            grande e duraturo successo  ... (e)  continua oggi  ancora nella  pubblicistica e  nella
            storiografia tradizionale" (3).
                In  definitiva,  mentre affermava che non è  il  caso  di  affrontare analiticamente
            il  mito,  Rochat riconosceva però che occorre rilevarne "la forza e la  diffusione co-
            me  prova  dell'egemonia  politico-culturale  della  classe  dirigente  che  sapeva  creare
            un volto 'popolare' all'esercito cui  affidava tanta parte della difesa del  suo potere":
            una dimostrazione implicita della necessità di indagare a fondo le  ragioni della na-
            scita,  della  affermazione  progressiva e  della  persistenza  di  quel  mito,  a  partire  dal
            livello di partecipazione e di  condivisione dei valori e degli scopi che con quel pro-
            getto si  perseguivano, da  parte degli  ufficiali e dei sottufficiali  dell'esercito, tramite
            attivo fra le istituzioni e le  giovani  reclute alle  quali  il  messaggio era diretto.
                A ben vedere,  dunque,  proprio il  tema  del  sistema di  reclutamento  nazio-
            nale  con  le  sue  innumerevoli  valenze  culturali  potrebbe  costituire  una  ottima
            cartina di  tornasole da questo  punto di  vista:  in  effetti credo che la  funzione  at-
            tiva  di  amalgama che  questo  sistema  presentava  agli  occhi  del  mondo  militare,
            vada considerata anche in negativo per cosÌ  dire,  per i rischi  che evitava:  cioè a
            dire  il  "regionalismo"  come  pericolosa  manifestazione  di  "particolarismo",  co-
            me fonte di  possibile divisione, anziché di cemento fra le eterogenee popolazioni
            italiane  da  poco unificate.
                E indubbio  che  le  forze  armate  del  Regno  d'Italia  sin  dalla  loro  nascita  si
            proposero  come  le  garanti  più  decise,  gelose,  conseguenti  dell'unità  nazionale
            raggiunta attraverso il complesso processo politico-diplomatico - militare che ave-
            va  caratterizzato  il  nostro  Risorgimento.  Lo  stato  unitario  che  ne  era  derivato
            era per i militari  una  realtà non soltanto irreversibile e  intangibile, ma anche re-
            sa  sacra  dal  sangue  versato  dai  caduti  per  la  causa  nazionale.  Da  qui  appunto
            l'ostilità  assoluta  contro ogni  forma  di  "regionalismo" protrattasi  fino  all'inizio
            del  nuovo  secolo:  i giornali  militari,  ancora  in  piena età  giolittiana sono  ricchi
            di  articoli  di  questo tono.
                Se è possibile parlare di  "ossessione unitaria" per alcuni ambienti dell'Italia li-
            berale, certamente i militari ne  furono afflitti più di  ogni altro settore della società
            italiana,  per la  loro ipersensibilità  ai  pericoli che  potevano  derivare  dall'esistenza
            di  nemici  più  o  meno dichiarati  e di  alleati  infidi  ai  confini del giovane stato.
                Occorre dunque imboccare decisamente la strada della ricerca, o, per meglio
            dire,  occorre  riprender/a:  se  si  eccettua  il  lungo  saggio  pionieristico  sulla  leva



                (3)  Ibid.  p.  96.
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