Page 115 - Le Forze Armate e la nazione italiana (1861-1914) - Atti 24-25 settembre 2002
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L'ESERCITO  SCUOLA  DELLA  NAZIONE  PER  "FARE"  GLI  ITALIANI          99


        paese, sintetizzato dallo slogan che il  ministro della guerra doveva diventare an-
        che ministro  della  Pubblica istruzione,  finirono  per cadere in  un eccesso  di  en-
        tusiasmo e di  fiducia  nelle  proprie possibilità che li  spinse ad  allargare l'ambito
        della  propria azione,  col  risultato di  invadere territori altrui,  suscitando  reazio-
        ni  risentite e pericolose.
            È il  caso della vicenda della  militarizzazione di  un certo numero di convitti
        nazionali,  un'esperienza limitata nelle  dimensioni,  ma  significativa  per  le  poten-
        ziali  implicazioni  politiche e culturali che  poteva avere  nel  momento in  cui l'as-
        sunzione in prima persona da parte dei militari del compito educativo esautorava,
        di fatto, gli  insegnanti civili e il  Ministero della Pubblica istruzione.
             La paura dei possibili rischi del "militarismo" dilagante, ebbe una parte non
        secondaria nel fare fallire l'esperimento: un rischio che - presumibilmente - Mar-
        selli  aveva  intuito,  quando  nel  1889  nella Vita  del  Reggimento,  aveva  affermato
        che la "cooperazione" dell'esercito nell'educazione della gioventù non doveva du-
        rare  per sempre,  ma  soltanto  fino  a  quando  si  fosse  creata  nel  paese  una salda
        educazione  borghese  capace  di  difendersi  dai  rischi  della  "diffusa"  e  pericolosa
        educazione clericale.
             I.:esercito si ritirò in buon ordine quasi sdegnato per le insinuazioni sulla sua
        buona fede.  In realtà il  problema era ben più ampio e più grave:  il  clima politico
        e sociale del  paese  si  stava  deteriorando;  la  reazione  popolare alla  politica degli
        stati, gli stati d'assedio, i malumori per la guerra d'Africa, esplosi in maniera cla-
        morosa dopo Adua, i fatti del '98, sono tutte tappe di  un nuovo processo di scol-
        lamento fra esercito e paese  che avrebbe potuto avere conseguenze gravissime se
        non tamponato.  Oltretutto, all'interno dell'esercito covava da tempo un crescen-
        te malcontento che cominciò a manifestarsi apertamente a cavallo fra i due seco-
        li  in forme  sindacali inusitate, dando vita a un fenomeno nuovo che allarmò non
        poco i vertici:  il cosiddetto "disagio militare".
             Per  restare  nel  nostro  terreno,  possiamo  constatare  comunque che  ancora
        una  volta gli  ambienti  più  sensibili  del  mondo militare  seppero  reagire  positiva-
        mente,  mostrando di avere capito la lezione dalla  quale  trassero gli  insegnamen-
        ti  del  caso.  La  terza  fase  da  noi  considerata è  caratterizzata dall'istaurarsi  di  un
        rapporto nuovo fra  società civile e società militare:  il  ruolo di  educatore, di  "sa-
        cerdote laico"  dell'ufficiale italiano predicato da Marselli  non venne meno, nep-
        pure nell'età giolittiana, soltanto, si  adeguò ai  tempi.
             Negli anni compresi fra  la "crisi di  fine  secolo" e la  prima guerra mondiale
        la  nuova formula  adottata sarà  quella  della  "funzione sociale"  dell'ufficiale,  che
        era nata in Francia all'inizio degli anni Novanta, ma poi aveva faticato almeno un
        decennio per affermarsi.
             Il  celebre saggio  intitolato appunto La  funzione sociale dell'ufficiale nel servi-
        zio militare universale, pubblicato nel marzo 1891 sulla "Revl1e des del1x  mondes"
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