Page 186 - Le Forze Armate e la nazione italiana (1861-1914) - Atti 24-25 settembre 2002
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quella ritrosia nei confronti di un certo "patriottismo guerresco" che aveva man-
dato al macello, come nel caso di Adua, tanti giovani. E proprio in nome delle
nuove generazioni che Ferrero diceva basta alle spese militari.
Adua aveva rappresentato un momento rivelatore soprattutto per l'esercito
che - secondo Antonino Di Giorgio - era precipitato in una profonda crisi (14).
AI malcontento - dovuto soprattutto alle condizioni economiche - e al risenti-
mento dei militari contribuiva la diffusione presso l'opinione pubblica di un
atteggiamento antimilitarista (15).
Le critiche e le reazioni a questo libro aumentarono soprattutto in seguito
ad alcuni eventi verificatisi dopo la sua pubblicazione: la guerra ispano-america-
na, il caso Dreyfus, l'epilogo della vicenda del Suda n, i moti di maggio, la propo-
sta dello Zar per la convocazione della conferenza di pace. La risposta dei milita-
ri, come ha argomentato Giuseppe Conti, non fu univoca, né omogenea (16). Ci
furono posizioni conciliative e di apertura, così come di chiusura e di rifiuto.
Alcuni militari, come il tenente Lionello De Benedetti, puntavano sulla ria-
bilitazione dell'esercito e sulla sua insostituibile funzione, non solo sul piano
della difesa ma anche su quello sociale, politico e pedagogico. l:esercito veniva
inteso come autentica "Scuola della Nazione", dove ogni anno migliaia di giovani
analfabeti imparavano a leggere e a scrivere, e apprendevano le "virtù civili" (17).
La sua abolizione avrebbe significato lo scioglimento di un vincolo morale e
nazionale segnando il ritorno al "disordine medievale" e la fine dello stato.
Nella sua rivista il capitano Fabio Ranzi, allora direttore del periodico ''Armi
e Progresso", tornava a ribadire la funzione morale e sociale delle istituzioni mili-
tari aventi una missione precisa: svolgere opera di "pacificazione sociale" (18). Gli
ufficiali, la "classe dirigente per eccellenza", avrebbero dovuto impegnarsi a
ricongiungere l'anima dell'esercito con quella del popolo.
Diversamente Brancaccio di Carpino (19) rappresentava quella parte dell'eserci-
to sfavorevole ad un'apertura verso il "nemico" considerando il contenuto del libro
ferreriano "falso, insidioso e contraddittorio". Come ha giustamente affermato
(14) A. Di Giorgio, 11 caso Ral1zi e il m ilita rism o l1ell'esercito, cito
(15) E. De Chaurand de Saint Eustache, Il disagio militare. Cause e rimedi, Roma 1910.
(16) L. De Benedetti, Militarismo è meglio il1 Italia o la l1aziol1e armata dei radicali?
Perugia, 1897.
(17) Si veda anche E. Boccaccia, Scuola e caserma. Sale di ritrovo e scuole, Verona,
1907, p. 21.
(18) F. Ranzi, L'esercito e le teorie del militarismo, Roma 1898, p. 11.
(19) E. Brancaccio di Carpino, Il militarismo di G. Ferrera giudicato da UI1 vecchio soldato,
Napoli, 1900.

