Page 181 - Le Forze Armate e la nazione italiana (1861-1914) - Atti 24-25 settembre 2002
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L'ESERCITO  E  L'ORDINE  l'UIlIILlCO:  IL  CASO  DI  MILANO  (1898)    165


             I  moti  di  Milano  del  maggio  1898  rapprcsentarono  l'apice  dell'impiego
        dell'esercito  come  forza  di  polizia,  non  più  intesa  come  ausiliaria  ma  sostitutiva
        delle  unità di  pubblica sicurezza.  Dinanzi alla "crisi del  pane" e alle  manifestazio-
        ni  avvenute nei  giorni  precedenti in  numerose città d'Italia, le  autorità prefettizie
        milanesi, temendo l'estensione dei moti anche  nel  capoluogo lombardo, richiese-
        ro  l'impiego  di  alcllne  unità  del  III  Corpo  d'armata  - comandato  dal  tenente
        generale  Fiorenzo  Bava  Beccaris -,  a  supporto  delle  iniziative  condotte  dagli
        agenti di  questura e dai carabinieri. Verificato che l'entità della rivolta non poteva
        essere tuttavia gestita  dalle  sole  autorità civili,  e  ricercando l'occasione per com-
        piere sulle opposizioni un "giro di vite" definitivo, il  governo Di  Rudinì si  rivolse
        a  Bava  Beccaris.  Costui  già  da  tempo  aveva  pianificato  l'intervento  militare  in
        città,  articolato  nell'impiego  su  larga  scala  della  Divisione  territoriale  milanese
        comandata dal  tenente  generale  Luchino  Del  Majno.  Il  piano  prevedeva  tre  fasi
        principali:  l'occupazione di  piazza Duomo, l'estensione del  controllo verso la cir-
        convallazione e i bastioni con  presidi  dislocati  presso  le  porte cittadine, e  quindi
        l'ulteriore estensione  della  zona  di  controllo verso  i quartieri periferici e i cosid-
        detti  "Corpi santi" della  cintura esterna.  Subito dopo la  nomina di  Bava Beccaris
        a  "Regio commissario straordinario"  e  la  consegucnte proclamazione dello stato
        d'assedio (7  maggio)  si  verificarono vere e proprie battaglie in numerosi quartieri
        della città:  in via Palestro, nella zona compresa tra via Torino e porta Ticinese, in
        porta  Genova  e  in  porta  Garibaldi.  l?8  maggio  si  giunse  all'impiego  di  alcuni
        pezzi  d'artiglieria. All'azione militare Bava Beccaris affiancò quella politica, chiu-
        dendo i circoli ritenuti "sovversivi" e i giornali d'area socialista,  radicale e repub-
        blicana.  Dopo una  fase  in  cui  i settori  cattolici,  rappresentati  da don Albertario,
        erano stati  volutamente  risparmiati,  si  giunse  all'episodio  melodraml11atico  del  9
        maggio con la breccia nel  convento dei  frati  cappuccini  di  porta Monforte.  Il  1 ()
        maggio  Bava  Beccaris  informò  Di  RudinÌ  che  l'ordine  era  stato  definitivamente
        ristabilito, con l'uccisione di  circa ottanta civili,  un soldato e un agente. l?iniziati-
        va  passò  di  conseguenza  al  Tribunale  militare  (o  "Tribunale  giberna",  come  fu
        chiamato  dalle  opposizioni)  che  comminò  pene  sino  a  sedici  anni  di  reclusioni
        per coloro che  furono  ritenuti  artefici  dei  moti:  tra essi,  Turati,  Anna  Kuliscioff,
        Bissolati,  Gustavo  Chiesi,  Carlo  Romussi  e  don Albertario.  Il  6  settembre,  dopo
        122 giorni di governo militare della città, lo  stato d'assedio fu  revocato.  I fatti  di
        Milano rappresentarono una cesura tra Esercito e  nazione,  che si  sarebbe ricom-
        posta soltanto dopo molti anni.
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