Page 180 - Le Forze Armate e la nazione italiana (1861-1914) - Atti 24-25 settembre 2002
P. 180

164                                                             MARCO  ClJZZI


                Di  certo,  l'esercito ricoprì  nelle  drammatiche giornate il  ruolo  più  triste, e
           si  macchiò agli  occhi  di gran  parte della  popolazione - non soltanto legata alle
           opposizioni - di un atto atroce.  Naturalmente, il  suo ruolo fu  di  mero esecutore
           - talvolta, come nel  caso del  Rossi  di  Costigliole, non senza  dubbi,  incertezze e
           lacerazioni  almeno tra  i quadri  intermedi  e inferiori - del  disegno  liberticida di
           una classe  dirigente  nazionale  e locale:  la  stessa,  brutale applicazione dei  tribu-
           nali militari  sottintendeva  una  volontà  persecutoria ed  autoritaria  ripercorrente
           gli  stessi  fini  del  Crispi  del  1894 siciliano (69).  Lo  scredito del  Governo e  della
           Corona tra  le  classi  popolari e  l'opinione  pubblica  democratica  era  totale.  Ma,
           anche ammettendo i compiti  meramente strumentali delle truppe, esse compiro-
           no eccessi che non furono certo dimenticati:  "Mai forse",  scrive Ceva, "la popo-
           larità  dei  militari  è  scesa  così  i n  basso:  pare  quasi  ci  si  sia  voluti  rifare  sulla
           povera gente delle sconfitte patite in Abissinia" (70).
                La  repressione dei moti milanesi  ebbe un effetto devastante sulla percezio-
           ne  che  la  popolazione  aveva  dell'Esercito,  già  pregiudicata  dalle  repressioni
           degli  anni  precedenti  e  dalle  disastrose  campagne  coloniali.  Le  truppe  che
           erano  entrate  a  Milano  nel  1859  sulle  note  della  "Bèla  Gigogin"  e  dell'inno
           garibaldino, accolte festosamente da un  popolo anelante l'emancipazione dagli
           Asburgo,  si  erano  trasformate  in  un'entità  di  polizia  con  metodi  ben  più  vio-
           lenti  e atroci  delle  stesse  autorità austriache.  Dal  maggio  1898  si  verificò  una
           profonda cesura tra i milanesi, e gran parte della Nazione, e l'Esercito.  I solda-
           ti,  concluso  lo  stato  d'assedio,  si  sarebbero  rinchiusi  nelle  caserme  cittadine,
           additati  come sterminatori  dall'estrema  sinistra  e guardati  con sospetto  anche
           dai  settori  più  moderati delle  cittadinanze. La  cesura si  sarebbe ridotta succes-
           sivamente,  in  occasione  del  terremoto  di  Messina,  che  avrebbe  visto  soldati e
           marinai  accorrere  in  aiuto  della  popolazione  colpita  dall'immane  catastrofe,
           nel  primo grande e generoso slancio  delle  forze  armate verso l'impegno civile.
           Ma  soltanto  esattamente  vent'anni  dopo  le  tragiche  giornate  del  capoluogo
           lombardo,  sulla  linea  del  Piave,  l'esercito  italiano  sarebbe  tornato  ad  essere
           parte integrante della Nazione.
                Paradossalmente,  la  lacerazione  tra soldati  e civili  compiuta  dai  cannoni  di
           Bava  Beccaris  sarebbe  stata  ricucita  da  altre  cannonate,  quelle  austroungariche,
           durante la battaglia del solstizio del giugno 1918.




                (69)  Giorgio  Rochat,  Giulio  Massorbio,  Breve storia  dell'esercito  italiano dal  1861  al
           1943, cit., p.  140.
                (70)  Lucio Ceva, Le Forze Armate, cit., p.  61.
   175   176   177   178   179   180   181   182   183   184   185