Page 179 - Le Forze Armate e la nazione italiana (1861-1914) - Atti 24-25 settembre 2002
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L'ESERCITO E L'ORDINE PlJBBI.ICO: II. CASO DI MILANO (IH98) 163
alla base dei moti (64). Inoltre, anche le notizie dei colpi d'anna da fuoco esplosi
dalla folla tumultuante e soprattutto da finestre, balconi e tetti contro la truppa -
ossessivamente ripetuta dalle autorità militari come causa scatenante la repressio-
ne -, appare piuttosto debole. Da posizioni di fuoco attestate alle finestre degli
edifici, l'effetto di una continua scarica di fucileria contro le truppe che attraver-
savano le strette strade del centro cittadino avrebbe dovuto avere un effetto ben
più grave e dirompente, e il numero dei morti tra i soldati sarebbe stato ben
superiore. È probabile la presenza tra gli insorti di qualche residuato delle guerre
d'indipendenza e di alcuni fucili da caccia, ma non molto di più. Un osservatore
attento e meno parziale di Valera, Eugenio Torelli-Voillier, avrebbe confermato la
pressoché totale assenza di armi da fuoco tra i rivoltosi. Parlando della facilità
con cui i soldati di Del Majno distrussero le barricate, l'ex codi rettore del "Cor-
riere della Sera" si domandava: "A che potevano servire le barricate, giacché non
c'erano armi da fuoco per difenderle?" ((,5).
In ultima analisi, come scrisse Giovanni Giolitti nelle sue memorie, "fu allo-
ra un errore il credere che si trattasse di un grande movimento politico sovversivo,
mentre si trattava di una esplosione di malcontento" ((,6).
Per l'esponente liberaldemocratico tale malcontento traeva le sue origini
dalla crisi alimentare e indirettamente in un'istanza democratica. Tuttavia,
come avrebbe rilevato Napoleone Colajanni, nelle prime ore degli scontri esso
si era rapidamente trasformato in una reazione contro l'impiego della forza
militare da parte del Governo, in una elementare lotta prima per la libertà,
poi per la sopravvivenza stessa (67). Paradossalmente l'impiego dell'esercito
quale forza di polizia, nel caso di Milano come altrove, anziché stroncare le
manifestazioni sarebbe divenuto la principale causa c1ella loro trasformazione
in rivolta.
"Sinceramente", avrebbe scritto a proposito dei fatti di Milano Ettore
Conti, pioniere dell'industria elettrica lombarda e uomo notoriamente moderato
"un po' più d'intelligenza non farebbe male ( ... ). Temo che la violenza della
repressione non sia stata soltanto un'ingiustizia: è stata un errore" (68).
(64) AI fredo Canavero, Milano e la crisi di fille secolo (1896-1900), cit., p. 185-186.
(65) Ibidem, p. 172.
(66) Riportato in: Ugoberto Alfassio Grimaldi e Gherardo Bozzetti, Bissotati, Rizzoli,
Milano, 1983, p. 62.
(67) Giorgio Candeloro, Storia dell'Italia moderna. Volume settimo: La crisi di fine
secolo e l'età giolittiana, cit., p. 55.
(68) Generale Ernesto Dc Rossi di Costigliole, La vita di un ufficiale italiano fino alla
guerra, cit., p. 61.

