Page 454 - Le Forze Armate e la nazione italiana (1915-1943) - Atti 22-24 ottobre 2003
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          eredita e gestisce un paese strutturalmente scontento, una mina vagante disposta
          a  volere tutto e  il  contrario di  tutto, la cui  pericolosità internazionale tuttavia è
          frenata  da due fattori:  la debolezza e  l'indisponibilità a  pag1re di  nuovo dei  co-
          sti elevati.  Ma il  fascismo  vuoi  cambiare le cose,  specie  dopo la  magra figura  di
          Corfù  del  1923, subito rimossa.
              La  propensione all'uso della forza nasce dalla convinzione di averla, e chi più
          di un popolo isolato, ignorante e povero, è vocato ad una simile fede?  Così l'esal-
          tazione continua della Grande Guerra e  della Vittoria, assunte come prova inop-
          pugnabile  delle  virtù  militari  degli  italiani,  si  ferma  sulle  pagine  belle  e  felici,
          dimenticando le brutte o sfortunate. Scompare dalla memoria la nozione di quan-
          do le perdite nazionali sono state il doppio di quelle nemiche, spariscono i 640.000
          procedimenti aperti per renitenza o diserzione; Caporetto, poi, viene ricordata in
          simbiosi  col  Piave  e  le  vittorie  del  1918.  Nelle scuole  imperversano  «Piccolo  al-
          pino»  e simili, e le varie edizioni del Silva; il libro, come la vanga, è affiancato dal
          moschetto.  La mia generazione cresce  nella convinzione che l'Italia ha i migliori
          soldati del mondo e che la guerra, secondo l'infelice espressione di Moltke, è  «un
          elemento dell' ordine naturale delle cose voluto da  Dio».
              La  conquista dell'Etiopia  conferma tutto,  travolgendo  le  riserve  degli  scet-
          tici  e  degli  adulti:  per  il  bellicoso  popolo  italiano  la  guerra  è  strumento  utile
          nelle  relazioni  internazionali.  Non  ci  si  sofferma  sulla  schiacciante  superiorità
          di  uomini  e  mezzi  degli attaccanti.  La  proclamazione dell'impero è  un'apoteo-
          si,  cui  prendono parte non  fascisti,  perfino antifascisti,  in  nome  della grandez-
          za della patria. Ma entusiasmo e consenso giungono a un punto così alto che se
          ne può solo scendere.
              Viene, infatti, la Spagna e un pò di entusiasmo scema. Più ideologica che im-
          perialista,  la  nuova guerra si  capisce meno:  la  presa di Malaga non eccita come
          quella  di Addis Abeba.  Nel  marzo  '37  ha  luogo  la  cosiddetta  battaglia  di  Gua-
          dalajara,  più esattamente di  Brihuega,  un infortunio militare troppo spesso esa-
          gerato.  Il  vero  disastro  è  politico e  propagandistico:  non si  può  più negare  che
          ci siano in Ispagna truppe regolari italiane; Mussolini se la prende coi soldati che
          ora  dovranno  vincere  o  morire;  i  tedeschi  si  confermano  nel  disprezzo  per  gli
          italiani (l).  E finalmente dopo 15  anni i music-hall di Soho trascinano il  Duce sui
          loro  palcoscenici,  né  più  clemente si  mostra  la  stampa avversa.  La  propaganda



              (1)  Cfr H. Thom<ls, Storia della guerra civile S!lagno/a,  Torino, Einaudi,  1964, p.  406-12.
           «Gli  italiani avanzarono per 40 km e furono  ricacciati  per 20; ebbero contro il  tempo,  l'avia-
           zione  nemica,  l'inattività alleata sul  ]arama e  i loro stessi  generali,  i quali  mostrarono «come
           non  vada  condotto  un  attacco  motorizzato»;  i  repubblicani  combatterono  normalmente.  Le
          due parti ebbero lo stesso numero di  morti e feriti  (2.000 e 4.000), ma gli italiani persero 300
           prigionieri contro pochi elei  loro  avversari.
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