Page 454 - Le Forze Armate e la nazione italiana (1915-1943) - Atti 22-24 ottobre 2003
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436 MARIANO GABRIELE
eredita e gestisce un paese strutturalmente scontento, una mina vagante disposta
a volere tutto e il contrario di tutto, la cui pericolosità internazionale tuttavia è
frenata da due fattori: la debolezza e l'indisponibilità a pag1re di nuovo dei co-
sti elevati. Ma il fascismo vuoi cambiare le cose, specie dopo la magra figura di
Corfù del 1923, subito rimossa.
La propensione all'uso della forza nasce dalla convinzione di averla, e chi più
di un popolo isolato, ignorante e povero, è vocato ad una simile fede? Così l'esal-
tazione continua della Grande Guerra e della Vittoria, assunte come prova inop-
pugnabile delle virtù militari degli italiani, si ferma sulle pagine belle e felici,
dimenticando le brutte o sfortunate. Scompare dalla memoria la nozione di quan-
do le perdite nazionali sono state il doppio di quelle nemiche, spariscono i 640.000
procedimenti aperti per renitenza o diserzione; Caporetto, poi, viene ricordata in
simbiosi col Piave e le vittorie del 1918. Nelle scuole imperversano «Piccolo al-
pino» e simili, e le varie edizioni del Silva; il libro, come la vanga, è affiancato dal
moschetto. La mia generazione cresce nella convinzione che l'Italia ha i migliori
soldati del mondo e che la guerra, secondo l'infelice espressione di Moltke, è «un
elemento dell' ordine naturale delle cose voluto da Dio».
La conquista dell'Etiopia conferma tutto, travolgendo le riserve degli scet-
tici e degli adulti: per il bellicoso popolo italiano la guerra è strumento utile
nelle relazioni internazionali. Non ci si sofferma sulla schiacciante superiorità
di uomini e mezzi degli attaccanti. La proclamazione dell'impero è un'apoteo-
si, cui prendono parte non fascisti, perfino antifascisti, in nome della grandez-
za della patria. Ma entusiasmo e consenso giungono a un punto così alto che se
ne può solo scendere.
Viene, infatti, la Spagna e un pò di entusiasmo scema. Più ideologica che im-
perialista, la nuova guerra si capisce meno: la presa di Malaga non eccita come
quella di Addis Abeba. Nel marzo '37 ha luogo la cosiddetta battaglia di Gua-
dalajara, più esattamente di Brihuega, un infortunio militare troppo spesso esa-
gerato. Il vero disastro è politico e propagandistico: non si può più negare che
ci siano in Ispagna truppe regolari italiane; Mussolini se la prende coi soldati che
ora dovranno vincere o morire; i tedeschi si confermano nel disprezzo per gli
italiani (l). E finalmente dopo 15 anni i music-hall di Soho trascinano il Duce sui
loro palcoscenici, né più clemente si mostra la stampa avversa. La propaganda
(1) Cfr H. Thom<ls, Storia della guerra civile S!lagno/a, Torino, Einaudi, 1964, p. 406-12.
«Gli italiani avanzarono per 40 km e furono ricacciati per 20; ebbero contro il tempo, l'avia-
zione nemica, l'inattività alleata sul ]arama e i loro stessi generali, i quali mostrarono «come
non vada condotto un attacco motorizzato»; i repubblicani combatterono normalmente. Le
due parti ebbero lo stesso numero di morti e feriti (2.000 e 4.000), ma gli italiani persero 300
prigionieri contro pochi elei loro avversari.

