Page 456 - Le Forze Armate e la nazione italiana (1915-1943) - Atti 22-24 ottobre 2003
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creduta neutralità e disimpegno dell'Italia dal conflitto; per Duce e regime, in-
vece, si tratta solo di una sgradevole attesa imposta dalla situazione finanziaria e
dall'impreparazione militare. In q1lesta fase vi sono contrasti tra regime e popo-
lo, che simpatizza più per i francesi che per i tedeschi e resta ancora freddino da-
vanti alle fulminanti campagne di Polonia e di Scandinavia. Ma crollerà la
Francia; Simona Colarizi rileva che questo disastro viene accolto nel silenzio, poi,
dopo una settimana, si avvertono pruriti d'interventismo. Un rapporto al Duce
del 17 maggio recita: «Oggi il popolo è tutto francofobo e anglofobo. Si vuole
correre subito alla guerra perché ansiosi occhi si posano su Nizza, Corsica, Mal-
ta, Cipro, Corfù. Dicono: i tedeschi conquistano tanto e noi vogliamo conqui-
stare il nostro. L'impazienza a questo riguardo è tale che si teme di arrivare tardi
sulla pista di vittoria dell'Asse». Per la verità un altro informatore, tre giorni pri-
ma, ha gettato acqua sul fuoco, stimando solo nel 50/0 coloro che si sarebbero get-
tati a capofitto nella guerra e avvertendo che senza «grossissimi successi iniziali
si darebbe luogo ad inutili scoramenti» (7).
Paolo Monelli conferma che la letizia per l'intervento non è generale: «ricor-
derò sempre, di quellO giugno, mentre Mussolini annunciava la guerra ... lo sbi-
gottimento, i visi gravi, gli occhi a terra di gente che si era radunata in via
dell'Impero» (Il). Qualche genitore trema, molti trovano ripugnante attaccare la
Francia; ma le generazioni del Littorio, che il regime si è allevato nella latitanza
delle famiglie, mostrano entusiasmo: un giorno da esse, ben più che dai combat-
tenti, uscirà il nucleo più compatto dei fascisti repubblicani.
Nei ricordi di Miriam Mafai, Roma, come altre città, era felice quellO giu-
gno del 1940; il conflitto sarebbe durato settimane e la vittoria era certa. Se la di-
soccupazione era molta, se orzo e cicoria erano diventati caffè dal maggio '39, se
dal settembre seguente c'era carne solo due volte la settimana cd il prezzo del pe-
sce era salito alle stelle (9), poco importava poiché gli italiani stavano per mettere
le mani, in Europa e in Africa, su terre e ricchezze altrui. Il patriottismo degli ita-
liani era franato da tempo nel nazionalismo e poi nell'imperialismo, che nel giu-
gno 1940 si poteva credere di affermare a buon prezzo (lO). Esagera Mussolini,
(7) S. Colarizi, L'opinione pubblica italiana di fronte all'intervento in guerra, in L'Ita-
lia e la politica di potenza, a cura cii E. Di Nolfo, R.H. Rainero, B. Vigezzi, Milano, Marzo-
rati, 1985, pp. 287-301. Anche Berlino e Tokyo si attendevano immediate vittorie e conquiste
italiane; vedi M. Gabriele, Malta. Operazione C 3, Roma, USMM, 2 0 ediz., 1990, p. 35-38.
(8) P. Monelli, Roma 1943, Torino, Einaudi, 1993, p. 7.
(9) M. Mafai, Pane nero, Milano, Mondadori (Le Scie), 1987. p.13-8I.
(lO) Anche E. J. HobsbawlI, II secolo breve. 1914-1990, Milano, Rizzoli (BUR), 2000,
p. 189, ritiene che Mussolini «concluse, erroneamente ma non del tutto irragionevolmente,
che i tedeschi avevano vinto e si accinse a dichiarare la guerra».

