Page 461 - Le Forze Armate e la nazione italiana (1915-1943) - Atti 22-24 ottobre 2003
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SCENDENDO-LE SCALE DEL CONSENSO (1937-1943) 443
più caldi fautori»; il fascismo è definito una «cancrena» che rovina tutto, ed ora
anche gli strati sociali che l'avevano accettato lo scoprono liberticida e lo ripu-
diano. La guerra è sua ed è ingiusta; su questo borghesi e proletari, costretti a
sopportare analoghi disagi e pericoli, sono d'accordo. E poi, continua ad andar
male, perché se è vero che ad aprile si torna a Bengasi, l'impero è perduto; è sta-
to l'impero più breve del mondo e poiché vi si è riversato l'antico affetto per
l'Eritrea, il dolore per la perdita è «stato vero e profondo» (18).
Da Genova, colpita a febbraio dal mare sotto il naso della flotta italiana, si ri-
ferisce a settembre che «il sentimento del pubblico nei riguardi della guerra peg-
giora di giorno in giorno». Le relazioni della censura della Marina, che nel 1940
avevano usato il termine «apprensione» per i bombardamenti, parlano ora di «al-
larmismo»e lamentano una «svalutazione delle nostre operazioni». Verso fine '41
le lettere rivelano una diffusione crescente di rassegnazione e passività. Ci si rac-
comanda ormai all'aiuto divino: «Si è notato nella corrispondenza un accentuar-
si del sentimento religioso, con invocazioni ai Santi e alla Madonna, in special
modo in relazione ad alcune incursioni aeree di popolosi centri del mezzogior-
no». In simili circostanze, naturalmente, la propaganda nazionale fallisce: la gen-
te non si fida più e cerca la BBC, il Vaticano, Mosca. ~ottimismo dei commentatori
dell'EIAR muove al riso, ma quando arriva Mario Appelius e tenta di predicare
lacrime e sangue, ci si deprime, perché i sacrifici imposti sono già stati pesanti e
non se ne vorrebbero sopportare più. Il richiamo ad altri momenti della storia na-
zionale irrita; malgrado l'eroismo dei combattenti, lo spirito pubblico non si ri-
prende dalle sconfitte. Nell'Università di Roma il professar Giuseppe Ugo Papi,
mutilato del '15-'18, non si trattiene dal dire agli studenti: «Ahimé, dopo la fine
della guerra ciascuno potrà dire con orgoglio: io sono svizzero, io sono america-
no; ma noi italiani potremo essere tutt'al più tollerati».
La questione dell'alimentazione e dei prezzi è grave e lo diventa sempre più in
un paese di mercato nero, dove autorità di governo e regime sono incapaci di as-
sicurare il controllo. Il costo della vita passa dall'indice generale 529 del 1940 a
612 nel '41 ed a 708 nel '42: l'aumento è del 43%, ma per gli alimentari è del
67%. Specie nel Sud il problema è stato avvertito pesantemente fin dall'inizio, ma
in seguito anche il resto d'Italia ne soffre. Un altro scalino viene sceso col razio-
namento del pane nell'ottobre 1941: sono 200 grammi al giorno, che caleranno a
150 nel marzo 1942. È colpito così l'alimento dei poveri, di quelli che si sono fi-
no ad ora salvati col pane, non potendo accedere ad altri cibi più nobili. Ma il go-
verno non può farne a meno, ché la produzione agricola, in carenza di fertilizzanti
e di mano d'opera, cala dall'indice 98 del 1940 ad 84 nel '42 ed a 75,6 nel '43.
(18) Monelli, cit., p_ 11.

