Page 465 - Le Forze Armate e la nazione italiana (1915-1943) - Atti 22-24 ottobre 2003
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SCENDENDO  LE  SCALE  DEL  CONSENSO  (1937-1943)                       447


            La  Mafai  ricorda che:  «La  gente non prega  più  per la vittoria dell'Italia,  pre-
        ga per la  pace».  Secondo Monelli, Mussolini, grazie all'infantile mito dell'infalli-
        bile,  era ancora  più  dimenticato  che  impopolare,  però  già  dall'anno  prima  le
        dissonanze  si  sono  fatte  frequenti,  anche  se  raramente  hanno  attinto  l'incisiva
        espressività dell'operaia Maria Bonomo di  Pantelleria, arrestata il  27 giugno 1942
        per aver dichiarato:  «Se  avessi  il  duce sotto le  mie  mani, gli taglierei il  collo»  (23).
            Nel 1943 la situazione generale va a picco. A Milano circola una nuova in-
        terpretazione della sigla UPIM:  Uniamoci Per  Impiccare Mussolini; a Roma c'è
        una preghiera che ne auspica il  funerale.  Anche Farinacci si  spaventa perché il
        partito è assente  e  impotente e  dovunque «si  critica e  si  inveisce  contro il  re-
        gime,  e  si  denigra addirittura  il  Duce»;  tra  i gerarchi  minori,  a  livello  locale,
        si  avvertono  sintomi  di  panico.  Radio  Londra  adesso  è  diventata meno  ami-
        chevole e pretende che gli  italiani abbattano il  fascismo  se  vogliono clemenza.
        A marzo, arrivano gli  scioperi:  ce  ne  sono stati  anche  prima  durante  la  guer-
        ra,  ma piccole cose,  le  mondine di  qua,  le  tabaccaie  di  là,  qualche filanda  fer-
        ma.  Ora però  l'affare  è  grosso:  a  Torino  si  ferma  la  FIAT,  grandi industrie  a
        Milano, altri stabilimenti in Piemonte. Non so se  la  storiografia antifascista ne
        ha  esagerato  la  portata,  la  valenza  e  le  conseguenze,  ma  certo  lo  sciopero  è
        politico e si  tratta di un evento molto serio e grave, come sono seri alcuni epi-
        sodi di  ribellione antifascista a  Porto Vado  e a  Padova, di cui è traccia nell'ar-
        chivio della Guardia di  Finanza.  Non è serio invece il  girotondo dei principini
        intorno  al  re,  riportato  da  Bottai:«Giro,  girotondo - la  flotta  è  andata a  fon-
        do - l'Impero  se  n'è  andato - il  Duce  ci  ha  fregato  - Se  vince  l'Inghilterra -
        anche  nonno va  per terra».  E  certo è  che davanti  al  pronunciamento operaio
        Mussolini  abbaia,  ma  non morde.
            In questo clima Vidussoni, ancora per poco segretario del  PNF, il  13  marzo ha
        presentato al  Duce «le  imponenti cifre del tesseramento fascista»;  un rituale vieto e
        privo di  senso quando c'è una moglie di  marittimo che scrive:  «Fate conoscere che
        siete imbarcati con L 250 al  mese:  vi  riunite tutti  e dite che  una  famiglia  non può
        vivere con questo mensile».
            Maggio segna la fine  clella  resistenza in Tunisia, nella luce vana di  un parti-
        colare  eroismo  italiano,  anche  se  il  generale  Montgomery  non  ne  pare  infor-
        mato.  È comunque  una  nuova sconfitta,  e  il  censore  della  Marina  puntualizza



            (23)  Comando Generale della  Guardia di  Finanza, Archivio  del  Museo Storico,  Roma,  fa-
         se.  643;  Ciano, cit.,  16,  27,  28  marzo;  30 settembre;  23,  24,  29  ottobre;  21  novembre;  9 di-
         cembre  1942; 5,  18,20,21, 27,  28  gennaio  1943  (p.  601-04, 652,  658,  660,  669,  676,  686,
         690-91,  693);  Mafai, cit.,  p.  134-55;  Colarizi, L'opinione degli  italiani,  ecc.,  cit.,  p.  207-23  e
         378-83; Monelli, cit., p.  18-71; Carbone c Grimaldi, cit.,  p.  117; Toso, cit.,  p.  225,  245.
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