Page 464 - Le Forze Armate e la nazione italiana (1915-1943) - Atti 22-24 ottobre 2003
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ha dato prova di debolezza morale», mentre elogia i napoletani, capaci a suo di-
re di comporre canzonette ironiche sugli inglesi durante le incursioni. In realtà,
alle maledizioni istintive per il nemico distruttore e omicida si aggiunge spesso
l'ammissione che fa il suo gioco, come lo faceva l'Asse al tempo della «coventriz-
zazione». Intanto però, tra sfollati e sinistrati, la confusione aumenta; da Milano
una moglie scrive ad un capo segnalatore:<<Vuoi sentire una bravura? Ordinano lo
sfollamento e si cerca di andare via, ma poi se la casa non si occupa e non si dor-
me la requisiscono per i sinistrati e quando torni non è più tua. Che c'entriamo
noi che veniamo così inutilmente massacrati?».
Le reazioni dei civili e dei militari sono diverse. I soldati combattono ancora
con coraggio, ma alle loro spalle il paese è piegato; pudicamen.te le censure se-
gnalano in crescente diffusione tra le famiglie una stanchezza e un disagio che ma-
scherano sempre meno una realtà di cedimento. La fidanzata di un 2° capo imbarcato,
a giugno ha scritto.«La senti anche tu l'inutilità del sognare, dello sperare? Anche
tu vedi naufragare le illusioni ... una per una»; a ottobre una moglie scrive ad un
prigioniero: «Sono stanca di questa vita, sono stanca di pregare i Santi, tanto pa-
re che non ascoltino ... non ne posso più, sento che in me va tutto all'esaurimen-
to, pazienza, forza, coraggio, fede, ... tutto». Non può quindi meravigliare che i
fiduciari di Genova segnalino il 3 O ottobre una «vera e propria ondata di antifa-
scismo» e il 18 novembre riferiscano: «I commenti della popolazione sono qual-
cosa di impressionante. Nei ricoveri, sui tram, nei locali pubblici non si sente che
parlare con una tale violenza di linguaggio contro il Regime e contro il Duce da
fare spavento». Due mesi prima, dalla stessa città, un'altra relazione fiduciaria
aveva dato, non del tutto a torto, una valutazione disperata, ma sul momento
confortante: «Aspettano l'aiuto da fuori. Le pecore italiane da sole non si muo-
veranno». A fine '42 e poi nel '43 membri della famiglia reale, generali, diplo-
matici, industriali si agitano per uscire dalla guerra; alcuni congiurano anche, ma
il silenzio del re li ferma tutti. Intanto cade Tripoli e a Casablanca Roosevelt e
Churchill pretendono ora la resa incondizionata.
Li si può capire: ormai anche a Tirana «la ribellione serpeggia ... male in
Russia ... male in Libia»; il generale Favagrossa stima tra lo 0,50% e lo 0,75%
la quota italiana della produzione mondiale di armi. E tuttavia Mussolini, stan-
co e malato, rimane ottimista: il 20 e 21 gennaio ha confermato <<la decisione
di marciare con la Germania sino alla fine»; il 6 febbraio cambia di nuovo i
ministri. Ma le disfatte militari - ha scritto Valeri - sono <<l'elemento specifico
risolutivo della crisi interna del paese che, intrecciandosi col turbamento eco-
nomico e con il crescente malcontento politico segn(a) l'inizio di un movi-
mento di rivolta». Un movimento troppo lento: Ambrosio complotta da gennaio,
ma solo a luglio dirà a Mussolini, se lo disse: «Dietro le spalle voi non avete
più un fascista».

