Page 460 - Le Forze Armate e la nazione italiana (1915-1943) - Atti 22-24 ottobre 2003
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regime, una forma di silenziosa ubbidienza quasi fatalistica, a ciò che essi ritene-
vano essere il loro dovere verso la patria, verso il duce, e il destino imperiale».
Da essi vèngono i volontari veri, in particolare i «Giovani Fascisti», nei quali pa-
triottismo e spirito d'avventura si sposano con l'adesione al fascismo e alla guer-
ra. Luigi Ceva nota che sono «almeno 24.000» e che risultano combattenti straordinari:
a Bir el Gobi, nel dicembre 1941, un migliaio di loro rigetterà una brigata india-
na, frustrando l'azione di un intero corpo d'armata (17).
Con l'arrivo della Germania in Mediterraneo e di Rommel in Libia si verifi-
ca un miglioramento della situazione militare e l'opinione pubblica si rianima un
poco, però non scompare l'amarezza per gli scacchi subiti che induce ad attribui-
re ai tedeschi ogni vittoria dell'Asse. In giugno, l'attacco alla Russia desta cos~er
nazione perché la guerra, adesso, non finirà più. Nella classe operaia risorge
l'opposizione socialista e la Chiesa, che si è sperato di mobilitare in una crociata,
delude. La guerra ideologica contro il bolscevismo non si rivela un lievito capace
di sollevare gli spiriti. Secondo un'informativa, pessimismo ed «abulia amorfa»
tornano a dilagare. Difetta la fiducia, la borghesia è stanca, ma vanamente Mus-
solini se la prende con essa perché nella classe operaia non pochi esprimono la
certezza che alla fine l'Unione Sovietica vincerà. Manca, soprattutto, quella fede
che il Duce si ostina a pretendere dagli italiani, resi dalla loro storia più scettici
di altri. E poi, la filosofia del successo si basa, appunto, sul successo, che è man-
cato nel conflitto, in allora supposto breve e vittorioso. Anche le menzogne sullo
strapotere delle armate avversarie in Africa settentrionale sono controproducen-
ti: non ha spiegato Machiavelli, fin dal 1513, «che tutti è profeti armati vinsono,
e li disarmati ruinarono?».
Tra privazioni e bombardamenti, il disagio interno cresce; la fame comincia a
mordere, mancano le scarpe, manca tutto. Da Grottaglie una madre scrive al fi-
glio combattente in Africa: «la vita che si trascorre è brutta ... ci stiamo morendo,
non si trova niente e si consuma tanto e non si mangia niente. Ci siamo tolti il
vizio di mangiare il pane». E la figlia, ad un marittimo imbarcato: «la fame ci ha
sfiniti, tutti i giorni si spendono tanti denari e si sta digiuni. La mamma sta di-
ventando pazza ... Però ci sono persone che possono spendere ... e tolgono la ro-
ba a noi». Si tratta di un motivo ricorrente che disgrega la società tra le persone
comuni e coloro che possono accaparrare generi o comprarli alla borsa nera. Tra
questi c'è la piccola gerarchia locale fascista contro la quale monta l'odio sociale
e si estende al fascismo, a tutti quelli che comandano. Un rapporto da Firenze, a
gennaio 1941, avverte che «tra gli intellettuali e i borghesi il disfattismo trova i
(17) N. Valeri, Da Mussolini a Badoglio, in 20° secolo. Storia del mondo contemporaneo,
Milano, Mondadori, 1971, voI. V, p. 133-39; L. Ceva, Africa Settentrionale 1940-1943, Roma,
Bonacci, 1982, p. 23, 50-54.

