Page 16 - Le Forze Armate e la fine della II Guerra Mondiale - Atti 10 maggio 2005
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ture che il conflitto aveva provocato nell'intera Italia potevano essere considerate di
natura tale e di tali dimensioni da mettere in seria discussione la possibilità di procede-
re in tempi ravvicinati ad una ricostruzione, sia pure sommaria, di una economia, anche
di sola sopravvivenza, di questa Italia che si presentava agli italiani, giunti finalmente
all'agognata pace, quasi agonizzante. Strade di grande comunicazione ed ess€nziali vie
ferrate, ponti e porti, officine ed edifici industriali, nulla era stato risparmiato dagli
eventi bellici e le percentuali delle distruzioni parevano dare al Paese una quasi defini-
tiva sentenza di morte.
Un Paese fisicamente distrutto dai m.olti fronti e dai bombardamenti aerei che ave-
vano sventrato quartieri, abbattuto case, scuole, ospedali e che, persino nelle più remo-
te campagne, avevano lascia t-o tracce di crisi e di rovine.
E naturalmente questa situazione aveva provocato una crisi sociale con milioni di
disoccupati, di italiani senza avvenire economico. E questo problema sociale, con evi-
denti riflessi politici, dominava l'intera società di una Italia che si ritrovava divisa tra
speranze e problemi in un mondo che già dava i segni di una profonda divaricazione
che poneva, in questa fine della guerra, angosciosi interrogativi.
Sul piano della stessa consisten%a ed omogeneità della società italiana, vi erano
immensi problemi che si ponevano quanto alla natura stessa di questa Italia.
Certamente l'l talia martoriata, bombardata e divisa nelle varie fasi della guerra appena
conclusa stentava a ritrovare le vie di una unità nazionale che qualcuno persino ritene-
va tramontata. Gli storici di oggi, forse, non hanno ancora sufficientemente riflettuto
sull'importanza del problema della popolazione e della sua crisi. Vi era, infatti, il gran-
de problema del lavoro da ridare a questi italiani, giovani e meno giovani, che agogna-
vano ritrovare un futuro, una attività qualsiasi, che facesse loro dimenticare lo stato di
cruda miseria che affliggeva un po' tutti.
Ed in questa vicenda, ecco ritornare la vecchia soluzione dell'emigrazione: andare
all'estero per trovare nuove occasioni di lavoro che evidentemente la patria non era più
in grado di offrire, ecco la via che molti italiani dovettero percorrere, quasi all'avventu-
ra, fin dai primi mesi di questa pace che non apportava né serenità né speranze.} Andare
randagio per il mondo alla ricerca di una dignità e di un lavoro, ecco la poco sorriden-
te sorte di giovani e meno giovani in questa alba di pace. Era, questa, l'ultima fase di
una antica storia dell'emigrazione italiana nel mondo che si riproponeva con l'angoscia
della nostalgia e con l'imperativo dell'ora.
L'orientamento dei vari governi di questa Italia Nuova, volto a favorire l'emigrazio-
ne sempre più imponente di lavoratori italiani all'estero, fu costante e il flusso di questi
espatri contribuì non poco a dare una soluzione, nell'immediato, alla questione sociale
ed alla crisi economica del Paese. Ancora prima che lo Stato italiano superasse, con il
Trattato di pace di Parigi del 10 febbraio 1947, lo "status" di inferiorità dovuto alla sua
resa incondizionata che causava una sua limitata capacità giuridica internazionale, il
I Pochi storici hanno dato a questo il11portantc fCIlOllll'nO del dopoguerra italiano il rilicyo che ccrtmncntc 111Cril<l\'a, sia
per la ditllCnSlOl1c stessa dcll'ult ilna clnigrazionc, sia per le benefiche conseguenze che essa ebbe nel quadro generale
dell'cconornia italiana e della ricostruzione. Per uno sguardo d'insielllc e per i dali Illllllcrici "cdasi R. H. Raincro, L'"llilJla
fase de//'elJ/Z~"lzirJlle ila/ialla, in: L'lla/ia Ile! 1/110"0 qll(/dl'll illlemrlziolla!e: /a lipnrrl (1947-1956), Roma, 2002.
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