Page 18 - Le Forze Armate e la fine della II Guerra Mondiale - Atti 10 maggio 2005
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nel caso generale delle trasmigrazioni di ingenti gruppi di persone rese dagli eventi bel-
lici o dalla successiva sistemazione internazionale veri e propri candidati all'emigrazio-
ne, vista la loro situazione di "displaced persons". Sono da ricordare in questo cjuadro,
al (juale il caso italiano si ricongiunge, una serie di negoziati internazionali dei (]uali il
più importante fu la riunione a Montreal clelIa Commissione delle :Migrazioni del 26 -
31 agos to 1946.
Il sacrificio clegli emigranti servì alla causa nazionale. E non furono pochi: nello spa-
zio degli anni immediatamente successi\,i alla pace, quasi 9 milioni cii italiani emigraro-
no e le mete furono l'Europa (5.109.860), l'America ciel Nord e del Sucl (1.873.690) ecl
il resto del mondo, specialmente l'Australia (2.337.220). La posizione ciel governo ita-
liano riguarclo al fenomeno dell'emigrazione fu di netto favore. L'intero gruppo dirigen-
te del partito prevalente, la Democrazia Cristiana, non aveva dubbi a proposito dell'ef-
fetto benefico cii quest-a emorragia.
Tra i molti interventi che si possono citare, vale la pena di ricorclare l'intervento del
presidente del Consiglio, Alcide De Gasperi, al Terzo Congresso della Democrazia
Cristiana, a Venezia, nel giugno 1949, nel quale ribadiva l'esigenza della ripresa, a tutti i
costi, dell'emigrazione ritenuta fondamentale elemento per la ricostruzione e lo svilup-
po dell'Italia.
L'analisi degli orientamenti emigratori riferiti alle percentuali appare interessante: nel
periodo della ricostruzione che va dalla fine dei combattimenti in Europa al 1976,
l'espatrio avviene prevalentemente verso Paesi europei; verso il rest-o del mondo va solo
un emigrato su tre, e cioè quasi due milioni e mezzo di italiani. l rimpatri sono sensibi-
li e toccano nello stesso periodo il 69,0% degli emigrati in Europa, mentre rimane bassa
la percentuale dci rit-orni dal resto del mondo (34,45%). Le cause di queste differenze
tra le varie emigrazioni sono evidenti. Nel primo caso i ritorni in patria sono resi più
facili dalla modestia delle distanze da ripercorrere, mentre queste stesse considerazioni
di distanze e di costo giocano contro il rimpatrio transoceanico.
Ma se il fenomeno dell'emigrazione alleviava, in un certo qual modo, la situazione
sociale ed economica di questa T talia dolente, vi furono altri elementi che contribuiro-
no a rendere la situazione sociale generale italiana ancora più grave del prevedibile:
vogliamo alludere al grande problema del ritorno in patria di una quantità enorme di
italiani che le vicende belliche avevano cacciato dalla loro storica localizzazione.
lnnanzitutto vi era il problema del rimpatrio dci militari italiani, prigionieri di guer-
ra, che provenivano dai vari campi di prigionia alleati, sparsi per il mondo, dall'India agli
Stati Uniti, dall' Africa al Medio Oriente; esso non era solo un problema legato ai tra-
sporti resi difficili dalle diminuite dimensioni della Marina italiana, ma anche al loro
numero che era notevole. Essi erano ben 650mila militari che rientravano in patria e che
avevano solo un incerto futuro nel corpo della nazione.
E non basta: a questo pur elevato quantitativo, vanno aggiunti altri militari "prigio-
nieri", cioè i 650mila Internati Militari Italiani deportati in Germania dai tedeschi dopo
1'8 settembre 1943, i (Iuali anch'essi ritornavano in patria. Per tutti questi militari (com-
plessivamente un milione 248miIa) il rimpatrio rimetteva in questione una Patria da
ritrovare, una Patria che si presentava loro soUo sembianze assai diverse e lontane da
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