Page 22 - Le Forze Armate e la fine della II Guerra Mondiale - Atti 10 maggio 2005
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L'emozione e la tristezza diventavano, proprio allora, collettivi motivi di ansia e di
incertezza. Solo rifacendoci ai molti documenti, di allora, patetici e magari ingenui, si
può capire l'enorme dimensione politica e morale del dramma di coloro che si accinge-
vano a ripartire da quelle condizioni per rifondare un'Italia in grado di superare follie
fratricide, vendette e morti.
Sul piano della Patria, questi primi mesi di "pace" apparvero peraltro solo apporta-
tori di problemi annunciati e di crisi inevitabili.
Eppure il cuore profondo degli italiani credette al futuro, ad un futuro fatto di fati-
che, di sforzi, di sacrifici e di fede patriottica. Eh, sì! L'Italia si diede a ripensare alla
patria da ricostruire ed ai suoi figli da confortare in un avvenire di sviluppo e di pace,
in un quadro di libertà che contemperava una socialità rinnovata con una economia
liberale, sfidando ogni estremismo.
Ben lo disse, all'Assemblea Costituente, Ferruccio Parri, il 9 maggio 1947, allorquan-
do ribadendo le esigenze della ricostruzione nazionale, ne definiva assai bene i contor-
ni sociali: «Questa nostra posizione ... trova la sua radice nella nostra concezione gene-
rale della società italiana per la quale, nella fase storica che essa attraversa, è capace di
assicurare l'optimum sociale ed è storicamente congrua una politica che riesca a con-
temperare la convivenza dell'impresa capitalistica privata, caratteri7.zata dalla libertà
della scelta e dal rischio, con un'azione ed un intervento dello Stato necessari e suffi-
cienti a realizzare i suoi fini sociali ... ».
Ed a partire da quell'abisso, l'Italia si rialzerà. Come ben lo scrisse Eugenio Turri:
<<A partire dall'inizio degli anni '50 1'Italia si è trasformata in un unico grande cantiere.
Cominciavano a sorgere, attorno alle grandi città soprattutto al Nord, i primi (}uartieri
residenziali, i quartieri-dormitorio, in un paesaggio di squallore che solo chi ci ha vissu-
to, da immigrato, può ora risentirne e riviverne la precarietà, nonostante il tentativo
degli immigrati di ritrovare i fili di una socialità perduta ricreando e mantenendo tra
questi alveari un certo spirito paesano ... In molte città si riempivano gli ultimi vuoti
lasciati dai bombardamenti della guerra ... ».8
L'intera operazione ebbe successo ed il grande storico Pederico Chabod poteva scri-
vere, nel 1950, esultando per le trascorse vicende: «L'unità nazionale è uscita vittoriosa
dalla terribile prova della guerra perduta; l'Italia è stata ricostruita grazie ai suoi lavora-
tori e amministratori e grazie alla congiuntura internazionale; lo Stato è rimasto solida-
mente in piedi, malgrado una crisi senza precedenti ... ».
La "morte della patria" non era avvenuta, am:i, 1'Italia si era rinvigorita e puntava
oramai decisamente verso il proprio sviluppo.
Sostanzialmente, si era trattato di superare due grandi periodi che per l'Italia segna-
vano due fasi quasi contraddittorie della propria posizione nazionale; il primo era
apparso come dominato dal disorientamento nel quale si veniva a trovare la Nazione di
fronte ad un evento pur voluto e desiderato, ma certamente innovativo nelle sue dimen-
sioni: la pace.
In questa prima fase che appariva realmente quale "incerto intermezzo", le autorità
'E. Turd, L'1M/i" "Ilo .rpct't'bio, in: "Comunità", agosto 1977, p. 19.
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