Page 20 - Le Forze Armate e la fine della II Guerra Mondiale - Atti 10 maggio 2005
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ROIJ/aili Il. Raillcro
segnale di un disagio generale dell'intero periodo; in realtà la "morte della patria" non
si può accettare anche perché 1'1talia, giunta ad una pace sofferta e triste, non si diede
mai per vinta ed attraverso i suoi più eminenti rappresentanti politici avviò senza incer-
tezze la propria ricostruzione.
Come si vede, le questioni che si ponevano su questi vari piani erano di difficile solu-
zione, così come era complicato il discorso su di un futuro che solo qualche uomo avve-
duto, come Alcide De Gasperi e Carlo Sforza, vedeva, malgrado tutto, positivo e maga-
ri sorridente, in chiave di riconciliazione, nazionale cd internazionale, in un rinnovato
quadro di auspicata ed "inevitabile" unità europea.
Un altro elemento di indubbia difficoltà era rappresentato dal quadro internaziona-
le che l'l talia dovette considerare alla fine del conflitto. Certamente, non possono esse-
re sottacillt"e le incertezze che gravavano per quanto riguardava la politica estera da svol-
gere e, soprattutto, non si possono dimenticare le ripercussioni che, sul piano interno,
ogni scelta di politica estera avrebbe comportato, e non su aspetti minuti.
Si era, sì, alla fine del conflitto, ma anche di quella fase delle relazioni tra i Grandi
che porterà al fallimento della Grande Alleanza della guerra ed alla nascita della guerra
fredda. L'incontro a Torgau, sull'Elba, del 25 aprile 1945, tra le truppe americane e
sovietiche, che pur era diventato il segno emblematico di una alleanza vittoriosa, non
doveva segnare l'inizio di una vera pace: dopo la guerra delle armi contro un nemico
comune, iniziava una guerra tra gli st·essi alleati della guerra, una guerra ideologica, bat-
tezzata subito "guerra fredda", che doveva dominare per decenni l'intera vita it1t"erna-
zionale, e condizionare anche la vita nazionale dell'Italia.
In lluesto quadro l'l talia, di volta in volta citata quale ex-nemica debellata () quale
cobelligeratlt"e in attesa di un TraU-ato di Pace, e soprattutto in attesa di essere promos-
sa da nemica ad alleata, si doveU-e muovere e il suo incerto andare non poteva non avere
ovvie ripercussioni interne.
La conferenza dei Grandi a Yalta del 4-11 febbraio 1945 faceva regnare, con i suoi
silenzi e con i suoi patteggiament"i, un incerto avvenire sull'intera Europa, c l'I talia pare-
va rientrare in una zona buia nella quale le sorti politiche definitive erano ancora tutte
da giocare. La grande prova, peraltro, si ebbe al momento della stesura ciel Trattato di
Pace tra l'Italia e le ventidue nazioni riunite a Parigi, che diedero conferma il lO febbra-
io 1947 di un testo iniquo cd ingiusto.
Appena conosciuto il testo, ebbe ragione Cactano Salvemini a scrivere con rancore:
«Non vedo che cosa i vincitori avrebbero potuto fare di peggio se gli italiani avessero
tutti continuato a battersi disperatamente fino all'ultimo momento ai servizi di Hitler .. .
Le clausole territoriali del Trattato di Pace sono ripugnanti ad ogni senso di giustizia .. .
Il Trattato di Pace è terribile per le infinite servitù economiche con cui si aggrava in per-
manenza il popolo italiano ... »."
Ma era sul piano interno dell'] talia che regnavano il dubbio e l'incertezza. Queste
situazioni erano peraltro il fruuo di una vicenda, non ancora dci tutto conclusa, quella
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.~ di un duro confronto politico culminato in una vera guerra civile che, dal Nord al Sud,
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g ,. G. Sah-cmini, '/iir.r/r, in "/I 1'0"le", Il. 3, \945, p. 175.
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