Page 255 - Repubblica e Forze Armate. Linee interpretative e di ricerca - Atti 25-26 ottobre 2006
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Repubblica e Forze Arlllate
scemato fra la grande borghesia settentrionale già nel passaggio tra diciannove-
simo e ventesimo secolo: da qui il fatto per cui alla Grande guerra gli ufficiali
italiani dell'Esercito (di quelli della Marina sappiamo meno) provenivano da cen-
tri piccoli e medi della provincia italiana del Centro e del Sud, molto più che del
Nord. Sappiamo, infine, che le Forze Armate del fascismo assisterono, non
diversamente dalle altre amministrazioni statali del tempo, all'avvio di una rile-
vante meridionalizzazione del proprio corpo ufficiali.
Ma fra questi studi storici, che non vanno oltre gli anni Trenta, e le indagini
sociologiche degli anni Ottanta sulla composizione sociale degli ufficiali italiani -
cioè sull' ifferta della società italiana alle istituzioni militari, sulle sue "vocazioni
militari" - c'è purtroppo un vuoto di conoscenze scientifiche. Non sappiamo
bene quanto e come abbia influito, acl esempio, il "miracolo economico" sulla
predilezione della carriera militare: o meglio, poiché l'esito ci è noto, ed è appun-
to quello eli un'ulteriore meridionalizzazione e "provincializzazione" del corpo
ufficiali negli anni Ottanta e Novanta, non ne conosciamo i tempi e le modalità.
Alcuni elementi qua e là però ci sono noti, e indicano la particolare difficol-
tà del compito degli istituti d'istruzione militare nei decenni della Repubblica. È
noto acl esempio il buon afflusso di domande d'iscrizione conosciuto all'indo-
mani della guerra, anche per evidente aspirazioni "occupazionali": un afflusso
alto che permetteva alle scuole, e alle Forze Armate, una rigida selezione. È
noto, però, dopo quest'afflusso degli anni Quaranta-Cint}uanta, l'opposto rile-
vante inaridimento delle vocazioni militati della Nazione seguito fra anni
Sessanta e Settanta: avvenne così che le scuole abbassarono drasticamente la
loro selettività, evidentemente accettando anche individui la cui formazione o le
cui caratteristiche un ventennio prima avrebbero loro precluso la professione
militare. Probabilmente, operarono in tal senso assieme le possibilità economi-
che del "miracolo economico" e la perdita d'attrattività del mestiere delle armi
seguita al '68 e ai primi anni Settanta. Nel frattempo, lenta ma irreversibile, si
delineava la crescita tendenziale della scolarizzazione delle residue vocazioni
militari: non era nient'altro che lo specchio del fenomeno riscontrabile in gene-
rale nella società nazionale più generale, sempre più scolarizzata. Fra il fenome-
no civile e il suo rispecchiamento militare c'era però pur sempre una sfasatura,
nelle dimensioni e nei tempi: sino ad almeno tutti gli anni Ottanta era sempre
più probabile riscontrare reclute diplomate o laureate di quante cc ne fossero fra
gli allievi delle scuole militari, per non dire fra gli stessi ufficiali. Questa sfasatu-
ra, o gap, fra società civile e società militare misurava la parallela perdita di presti-
gio della professione militare rispetto ad altre professioni e ad altre occupazioni.
Un dato su tutti ci pare significativo. Alla fine della seconda guerra mondia-
le, forse il 3 per cento degli italiani vantava un diploma d'istruzione superiore, e
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