Page 254 - Repubblica e Forze Armate. Linee interpretative e di ricerca - Atti 25-26 ottobre 2006
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Nicola l.Abanca

           rio  sindacale, che lavorava una settimana corta "facendo festa"  attorno all'ora
           del venerdì. Era finalmente l'avvento del militare-civile, di cui per gli Usa aveva
           scritto Janowitz già negli anni Sessanta; era il militare-istituzione rispetto al mili-
           tare-professione e all' heroic leader, di cui aveva parlato Moskos negli anni Settanta.
           Certo, nessuna scuola militare ha mai insegnato acl imboscarsi, ma la trasforma-
           zione  della  mentalità  appena  descritta rinvia  ad  un insieme  di  comportamenti
           ben operante all'interno del corpo ufficiali e che ha realizzato forse la più radi-
           cale delle trasformazioni della "professione" militare in Italia, non solo dalla fine
           del fascismo,  ma dall'D nità ad oggi.
             Nel decennio successivo la fine del bipolarismo una nuova retorica andò ben
           presto  imponendosi.  Essa  parlava  di  esigenze  "operative"  e  avrebbe  dovuto
           innescare una vera e  propria rivoluzione  nelle  scuole  militari.  Il cambiamento
           invero vi fu,  ma non così radicale. Le necessità legate ad  una nuova operatività
           dei reparti nelle missioni fuori area ridimensionava molto le precedenti teoriche
           "manageriali",  a  favore  di  una  nuova  retorica  "quasi guerriera".  Rispetto  alla
           logica di caserma di tanta parte dei decenni della Guerra fredda, l'operatività sem-
           brava una rivoluzione. Ma di una vera e propria revolution in military qffairs si parlò
           molto più di  quanto poi si poté fare  concretamente: le ampie quote dei bilanci
           destinate al pagamento del personale lasciavano in  Italia poco spazio agli inve-
           stimenti e agli  aggiornamenti.  L'innovazione tecnologica ci  fu  ma,  se  per altre
           Forze Armate aveva fatto gridare appunto alla revolution e poi al passaggio ad un
           netcentric tvaifare,  da noi penetrò assai più lentamente e con un impatto probabil-
           mente più ridotto.  Peraltro, o  meglio  anche per questo, da noi l'immagine del-
           l'ufficiale italiano  ormai "operativo" sul  campo è  stata  corretta con una forte
           accentuazione dei tratti umani adatti a "soldati di  pace", non necessariamente a
           guerrieri ipertecnologici.

              b.  L'rdferta.  Nessuna scuola militare  può però essere studiata solo in base ai
           suoi programmi, in ultima analisi al modello di ufficiale voluto dai vertici e alla
           domanda  posta  dall'istituzione  militare  all'istituto  d'istruzione.  Sempre  ogni
           sistema d'istruzione militare ha dovuto fare i conti con l'offerta sociale, cioè con
           la qualità e i caratteri degli allievi:  elementi condizionanti l'azione delle  scuole.
           Da dove, altrimenti, la  necessità di  "elevare" la  società civile  verso le richieste
           delle Forze Armate?
              Qui il discorso e la  valutazione del  periodo repubblicano  sono più difficili,
           mentre gli  studi storici disponibili preparatori o  su periodi storici precedenti si
      <U   fanno minori. Sappiamo che già nella fase immediatamente post-risorgimentale
      "
      ·~   nell'esercito  italiano  l'estrazione  dell'ufficialità  era  assai  meno  aristocratica
      -~
      8    rispetto ad  altri  eserciti europei. Sappiamo che l'appeal dell'uniforme era molto
      u



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