Page 252 - Repubblica e Forze Armate. Linee interpretative e di ricerca - Atti 25-26 ottobre 2006
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Nicola Labanca

           plice o specializzato) doveva uscire, a giudizio degli Stati Maggiori o del ministe-
           ro della Difesa, dalle rispettive scuole? La risposta potrebbe essere data dai car-
           teggi d'archivio appunto degli Stati Maggiori, del ministero, dei Comandi scuo-
           le a livello di Forza Armata o dei singoli comandi dei singoli istituti. Altre rispo-
           ste vengono dalla consultazione della pubblicistica militare. Altre ancora emer-
           gono dalle stesse storie (più o meno giubilari)  delle varie scuole militari.
              L'impressione, come si  è eletto,  è di una certa indecisione e, in ogni caso, di
           una grande mutevolezza d'intenti. Tradizionalmente, rispetto al  "risultato atte-
           so" in termini di modello di ufficiale, le Forze Armate unitarie avevano già cono-
           sciuto  una  notevole  alternanza.  Il  primo  modello  elaborato  dopo  la
           Restaurazione  post  napoleonica,  al  tempo  risorgimentale,  era  una  reazione
           all'ufficiale silenzioso e passivo esecutore dei voleri del Monarca: al contrario, il
           "quadro nazionale" dopo l'Unità sarebbe stato un militare in grado di  parteci-
           pare alla vita della Nazione proprio in quanto militare, e non più da aristocrati-
           co.  Tale  modello,  più  auspicato  che  ottenuto,  lasciò  spazio  già  alla  fine
           dell'Ottocento ad un ufficiale "tecnico" e compiutamente borghese, che si tene-
           va lontano dalla politica e la cui formazione era basata sulle  competenze mate-
           matiche  e  appunto  tecniche.  Taluni  tornarono  persino  ad  elogiare  l'ufficiale
           troupier, tecnico non nel senso degli studi di accademia o di Stato Maggiore, ma
           in quello di comandante legato al proprio mestiere di condottiero di uomini. Se
           la Grande guerra dovette, se non altro per le sue dimensioni di massa, far riflet-
           tere  sulle  necessarie  competenze  di  organizzatore  che  un  ufficiale  moderno
           avrebbe dovuto necessariamente avere, in realtà fu  di  nuovo il profùo di  tecni-
           co a prevalere: ora, peraltro, che la nuova tecnologia metteva a disposizione delle
           Forze  Armate  sistemi  d'arma  (dall'aereo  al  carro  armato)  complessi  e,  per  il
           tempo, "futuristi". Tale profilo si adattava particolarmente al complesso rappor-
           to - di  compromesso - fra  Forze Armate e fascismo:  in quanto tecnico, l'uffi-
           ciale non avrebbe dovuto immischiarsi di politica e di partito, pur apprezzando
           il  maggior  spazio  che  a  parole  un  regime  militaristico  era  pronto  ad  offrire.
           Infine, nel frattempo, il  fascismo  sembrò riesumare una versione totalitaria del
           vecchio quadro nazionale, sotto forma di ufficiale fascistizzato, fatto più di reto-
           rica guerriera che eli  altro:  ma  ebbe poca fortuna pratica.
              All'indomani della seconda guerra mondiale, l'esperienza della disfatta dovet-
           te far riflettere i nuovi Alti comandi circa l'esigenza di un nuovo modello di uffi-
           ciale per le nuove Forze Armate dell'Italia repubblicana e democratica. Ma l'in-
           certezza prevalse. Certo non più solo guerriero, il nuovo ufficiale avrebbe dovu-
           to - come la Costituzione prevedeva - essere informato ai nuovi principi demo-
           cratici: ma il sospetto verso il nuovo corso democratico della Nazione lasciò spa-
           zio per un ufficiale,  più  che tecnico,  appartato e chiuso nelle  sue caserme.  Un




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