Page 51 - Repubblica e Forze Armate. Linee interpretative e di ricerca - Atti 25-26 ottobre 2006
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           se  suscitava l'altra  regola secondo cui  una  Nazione - se  ha  coscienza di  sé,  se
           tiene all'indipendenza, se ctede in una sua vocazione e in un suo destino - deve
           dare molta importanza ad una politica estera "proptia" e a una politica militare
           "proptia" che la  deve supportare.
             È una questione di cultura, di  cultura generale del Paese. Ebbene, se il cuore
           dei cittadini sente poco il valote dell'identità nazionale e preferisce sentirsi, per
           un buon terzo, "internazionalista" e,  per un altro  buon terzo, "ecumenico", se
           Cavour, Garibaldi, De Amicis, Battisti non dicono più niente come è accaduto
           in Italia per tanto tempo, ebbene sono difficili sia una politica estera sia una poli-
           tica militare.
             Nella "Repubblica dei  partiti" (1uesta  cultura, che possiamo definire cultura
           tisorgimentale, è stata minotanza. Con qualche eccezione. I primi anni Ottanta
           sono stati una di queste eccezioni.
              Come mai? Non è agevole rispondere ma ci si può azzardare a dire che- sia
           stata l'astuzia della Storia, come credono i laici, o sia stato il disegno della Prov!Jidenza,
           come credono i religiosi - fatto sta che a cavallo degli Anni Settanta/ Ottanta si
           verificò una serie di avvenimenti che mutarono il corso delle cose. Pdma di tutto
           ci fu  la questione degli euromissili, il  vero grande giro di boa nel nostro tempo,
           e l'Italia- che aveva un Pertini al  Quirinale, un cattolico-liberale come Cossiga
           a Palazzo Chigi, le forze repubblicano-socialiste in crescita- disse "sì" agli euro-
           missili, rispose cioè come uno Stato forte.
              Così l'Italia  fu  proiettata alla  ribalta internazionale e  poco dopo - col Medio
           Oriente- riscopd la sua vocazione meiliterranea e un ruolo di "potenza regiona-
           le". Le  cose della Difesa, le  novità della Difesa, vennero di conseguenza, scaturi-
           rono da questa svolta di cultura. Dal cambiamento di passo della politica discese-
           ro:  rivalutazione del ruolo delle  Forze Armate, aumento delle spese militari, cura
           per gli  uomini in  uniforme, il corpo degli ufficiali considerato come una risorsa
           preziosa della Nazione e via discorrendo. Facile a dirsi, ora, ma fu  durissima.
              In tale  cornice èulturale, con gli  obiettivi più alti  ma ricordati, in quel clima
           politico-ideale  nuovo,  vennero  le  spedizioni  militari  in  Medio  Oriente.
           Spedizioni militari, non soccotsi da Croce Rossa.
              Le  spedizioni  furono  tre.  Una  prima nel  Mar  Rosso  e  nel  Sinai.  E  due  in
           Libano. Sempre senza l'ONU. Furono missioni di Nazioni civili e democratiche
           che spontaneamente avevano deciso di affiancarsi per intervenire in punti incan-
           descenti del mondo con una operazione armata, sì,  ma di civiltà.
              Nel Sinai e Mar Rosso mandammo la Marina. Volevamo garantire che la pace
           finalmente fatta da Egitto e Israele non fosse insidiata da nessuno. E  così fu.  In
           Libano mandammo l'Esercito con protezione navale e aerea.  La prima volta si
           trattava di impedire che  Israele  annientasse  le  milizie  palestinesi in  ritirata nel




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