Page 52 - Repubblica e Forze Armate. Linee interpretative e di ricerca - Atti 25-26 ottobre 2006
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Libano. E ci riuscimmo. Quelle milizie dovevano diventare l'esercito regolare
dello Stato palestinese e noi volevamo uno Stato palestinese perché, se ordina-
to e ben organizzato, avrebbe vissuto in pace con Israele.
La seconda spedizione in Libano -lanciata per impedire i tanti massacri etni-
ci e religiosi che insanguinavano quel paese - doveva servire sul piano politico
e strategico a dare forza e autorità al legittimo governo libanese e a fare del
Libano un paese indipendente, sicuro, elemento di modera:done nella regione.
E ci riuscimmo. In parte. Cioè fino a quando il partito Hezbollah, forte per aiuti
internazionali, insorse in armi contro il governo legittimo e fece sprofondare il
Libano nella lunga notte di una terribile guerra civile.
In Libano mandammo complessivamente, con gli avvicendamenti, 8.000
uomini. Al corpo di spedizione consegnammo- ed era la prima volta nell'era
repubblicana- la "Bandiera di Guena". Era un simbolo, il segno che eravamo
e ci sentivamo una forza combattente. Le consegne (le cosiddette regole d'in-
gaggio) erano dettagliate, i nostri sapevano bene quel che dovevano fare in ogni
situazione. Il comando era interamente italiano. Non dipendevamo da nessuno.
Il quartiere generale era a Roma presso il ministro della Difesa, la catena di
comando era scarna e funzionò. Nessuno ci clava ordini.
Anelò bene ... ma, fate attenzione! Quando sbarcammo la prima volta a
Beirut una certa stampa inglese ridacchiò. Erano sbarcati i bersaglieri e un gior-
nale britannico scrisse: «Sono arrivati gli italiani con le penne eli gallina».
Quando, la seconda volta, facemmo avanzare anche qualche carro armato e lo
avevamo dipinto di bianco perché le varie fazioni libanesi sapessero che erava-
mo italiani e non qualcuno di loro, quel giornale britannico scrisse: «Sono tor-
nati gli italiani con i loro carrettini da gelato». Ma presto non ridacchiò più nes-
suno. I nostri, in linea, erano soldati di qualità. Fece il giro del mondo, allora, una
foto-notizia in cui si vedeva un gruppo di soldati in esercitazione fra le dune eli
Beirut. La didascalia eli quella foto, in inglese, annunciava a tutto il mondo:
«Beirut. Un sergente paracadutista italiano fa istruzione a una compagnia di
matines americani».
E più tardi, quando la missione finì e i 100 soldati britannici una bella matti-
na non erano più alloro posto perché nella notte se ne erano andati all'inglese ...
e americani e francesi si ritirarono in disordine ... e gli italiani furono gli ultimi a
lasciare - ma in ordine - il Libano dopo aver donato alla popolazione libanese,
in ordine, ospedale, medicinali, vestiario e viveri ... e salirono ordinatamente sulle
nostre navi da guerra che incrociavano davanti a Beirut ... e ultimi a muoversi
-~ furono i carabinieri paracadutisti rimasti lì alloro posto fino all'ultimo minuto per
·~ garantire che tutto fosse eseguito secondo i piani del nostro quartiere generale ...
3 Quello stesso giornale inglese che aveva scherzato su di noi agli inizi della mis-
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