Page 53 - Repubblica e Forze Armate. Linee interpretative e di ricerca - Atti 25-26 ottobre 2006
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Repubblica e Forze Ar111ate


          sione scrisse: «Se l'intera spedizione fosse stata ordinata dagli italiani e tutti si fos-
          sero comportati come gli italiani, le cose sarebbero andate meglio».
             Questo fu  quel nostro Libano.  Le truppe italiane di  rientro dal Libano sbar-
          carono a Livorno.  Attorno a loro, attorno alla  spedizione, si  era creata un'emo-
          zione  nel  Paese,  un'emozione  di  tipo  nuovo,  si  potrebbe dire,  con  una  parola
          sempre usata poco, un'emozione "patriottica".  Popolo, istituzioni, mass-media
          ne  erano  stati  coinvolti.  Livorno  lo  confermò,  città  che  per ragioni  politiche
          aveva avuto spesso da ridire con i paracadutisti della "Folgore" e che fra i colo-
          ri di bandiera prediligeva orgogliosamente il "rosso", per quei soldati del Libano
          si ammantò di tricolore. Sui  moli, per le strade, dalle  finestre una moltitudine di
          popolo acclamava i reduci. Aveva ragione Spadolini. Era una "nuova Crimea".
             E  oggi?  Oggi è  diverso,  più complicato e  rischioso.  I  nostri  soldati  faranno
          certamente bene, ma la situazione è cambiata.
             Che vanno a fare,  oggi, i nostri in Libano? Qual è la cornice culturale entro
          la quale si inserisce la spedizione? Qual è il disegno politico nazionale che la ispi-
          ra? Come si devono comportare i nostri soldati in caso di improvvise emergen-
          ze? Non pretendo di  avere risposte, mi faccio  soltanto delle domande. Di sicu-
          ro,  oggi,  a  parlare  di  "Nuova  Crimea"  saremmo  fuori  dal  mondo.  Cavour,
          Lamarmora e soci  non sono di  moda ed è un peccato.  Non siamo là,  mi  pare,
          per inseguire uno specifico disegno politico nazionale. Negli Anni Ottanta c'era
          una filosofia che guidava le nostre iniziative militari (l'Italia come potenza regio-
          nale),  oggi  ... è presto per saperlo.  Siamo là  perché siamo "buoni", ecco,  ma il
          "buonismo"  non  è  filosofia  sufficiente  quando  si  scherza  col  fuoco  in  terre
          infuocate come il Libano.
             La bandiera dei nostri negli Anni Ottanta era il Tricolore, ora è il drappo cele-
          ste dell'ONU. E quando il quartiere generale delle operazioni è a New York, nel
          Palazzo eli Vetro delle Nazioni Unite, l'esperienza di tante vicende internaziona-
          li  insegna che c'è poco da stare allegri.  La catena decisionale clell'ONU è domi-
          nata dai compromessi e dagli intrighi del Palazzo di  Vetro, e così rende sempre
          incerta e lenta la  mano militare delle Nazioni  Unite.  F, questo non ci rassicura.
             I nostri sono là, non per garantire un trattato di pace o un armistizio fra Stati,
          ma solo per interporsi durante una tregua, cioè durante una eli quelle pause che
          sul  campo di  battaglia  i contendenti di  tanto  in  tanto  concordano per tirare il
          fiato, in attesa di riprendere le ostilità, insomma uno di quei fragili patti che raf-
          freddano la febbre alta del  malato ma non curano la  malattia.
             Le cause del conflitto non sono state rimosse e la guerra perciò può riaccen-
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          dersi in qualsiasi momento. Sono i nostri soldati equipaggiati e attrezzati per reg-  c
                                                                                       -~
          gere uno scontro di grossa portata?                                          ·§
                                                                                       E
             I contendenti non sono due Stati (Israele c Libano) ma Israele e un'organiz-  u
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